Visualizzazione post con etichetta Concerti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Concerti. Mostra tutti i post

venerdì, novembre 26, 2010

Concerto Ozric Tentacles





Ed Wynne e la sua strana famiglia sembrano provenire da un universo parallelo, ricco di colori brillanti e dall’atmosfera gioiosa. I quattro raccontano il loro mondo attraverso ritmi elettronici ipnotici, suoni subacquei e al contempo spaziali, tappeti di tastiera stranianti e psichedelici, una sezione ritmica compatta e precisa, sempre in movimento, e una chitarra laccatissima che dona brillantezza alle immagini evocate. La loro psichedelia è straniante ma sempre luminosa e ironica. La musica si espande e si gonfia come bolle di sapone, per poi esplodere in mille schizzi colorati, difficili da contenere. La batteria è lo scheletro che dona regolarità al flusso strumentale prodotto dalla band, che per quasi due ore e mezzo ipnotizza il pubblico del Viper di Firenze. L’ipnosi è trascinante, ricca di energia, e parte del pubblico si lascia trasportare dal ritmo e inizia a ballare. Il gruppo dal vivo suona più potente e rumoroso che su disco, in certi momenti si affaccia perfino verso il metal progressivo, grazie ai riff rocciosi e ai suoni ipercompressi del chitarra di Ed Wynne. I volumi sono elevatissimi (forse troppo), e contribuiscono ad amplificare l’effetto del bombardamento surreale della musica. Per metà concerto le alte frequenze raggiungono dei picchi talvolta fastidiosi, inconveniente che però pian piano verrà risolto. La chitarra si arrampica in virtuose scale orientali, e la compressione elevatissima, unita alle frequenze alte, dona una limpidezza accecante all’immaginario evocato dalla musica del gruppo, che suona acida senza mai sfociare nell’inquietante. Sembra di essere immersi in un mondo subacqueo, dove strane e divertenti creature nuotano velocissime, per poi trasformarsi in assurdi esseri volanti, sospesi nell’infinito. Forse pacchiani ed eccessivi, ma sicuramente evocativi, trascinanti e divertenti, gli Ozric Tentacles si confermano, dopo tanti anni di attività e tanti cambi di formazione, un gruppo che dal vivo è in grado di sprigionare un’energia positiva, colorata e allucinogena come poche altre band. Un’allegra famigliola in acido che, come dimostra la durata del concerto di Firenze, non ha nessuna intenzione di interrompere il trip.

Concerto Porcupine Tree + Anathema



Nella splendida cornice di Piazza Duomo, a Pistoia, gli Anathema mostrano come il punto di forza si trovi nell’intensità emotiva e nel trasporto passionale. Romantici e delicatamente malinconici, convincono anche con i brani dell’ultimo disco, più solare e carico di speranza. Anche Angels walk Among Us assume una nuova energia, abbandonando il sapore esageratamente zuccheroso che talvolta colora l’ultimo album. I suoni sono i grandi nemici della band, che soprattutto nella sperimentale Closer, non riesce a mettere a fuoco la proposta, che risulta invece di folgorante bellezza in A Simple Mistake e Flying, vere e proprie perle del concerto, emotivamente coinvolgenti così come la splendida Universal . Chiude le danze la classica e trascinante Fragile Dreams.
I Porcupine Tree sono precisi e professionali, con suoni curati al millimetro (nonostante qualche inevitabile sbavatura, tipica dei festival) e proiezioni allucinate ad amplificare l’effetto della musica. La scaletta è incentrata sull’ultimo concept album, e risulta quasi una rivisitazione di quella proposta nell’ultimo tour. Brani rocciosi e poderosi (Bonnie the Cat) si alternano a momenti romantici e malinconici, quasi soffusi (Kneel and Disconnect). Time Flies, è un vortice di emozioni, soprattutto nell’assolo centrale. Blackest Eyes, con la sua carica d’adrenalina, ed Hatesong, impreziosita da assoli mai banali, risultano adattissime al contesto di un festival, senza per questo mai sacrificare l’atmosfera tanto cara alla band, che con Dark Matter dipinge un quadro chiaro-scuro, dal sapore misterioso, che perfettamente si sposa con la splendida Piazza Duomo. Anesthetize (eseguita solo in parte, in abbinamento alla pinkfloydiana Russia on Ice) è il pezzo più trascinante di un concerto riuscitissimo, che si conclude sulle note della classica Trains.

domenica, aprile 04, 2010

Concerto Katatonia


Dopo qualche anno (5 mi pare) riesco a rivedere i Katatonia. Nel tour di Viva Emptiness mi piacquero moltissimo, e la prova vocale di Renkse fu piuttosto buona, sfatando ogni leggenda che parlava di prestazioni ai limiti dell'imbarazzante. Questa volta invece i cedimenti sono stati evidenti, anche se in definitiva posso ritenermi soddisfatto.
Arrivo al Rock Planet di Pinarella poco prima dell'inizio degli Swallow the Sun, cloni dei Katatonia, ma comunque interessanti e con un cantante con una bella voce. Un buon antipasto.
I Katatonia attaccano con Forsaker ed è orrore. Suoni terribili (basso inesistente, voci troppo troppo alte, batteria con suoni tipo bidoni della spazzatura) e soprattutto Renkse che stona in maniera imbarazzante, ma davvero inascoltabile. Dalle prime file arretro per avvicinarmi al mixer. Leggermente più ascoltabili ma la sensazione è sempre molto negativa. Finisce il primo brano, tiro un sospiro di sollievo. Dal secondo in poi Renkse riacquista le corde vocali e, pur senza strafare, canta bene per il resto del concerto. Qualche cedimento qua e là, ma in generale la sua prova risulta convincente. I suoni migliorano e dalla terza-quarta canzone i risultati sono piuttosto buoni. La band è compatta e ha un gran tiro, il batterista è un macigno, il risultato è buono, nonostante qualche coro di Nystrom sia zoppicante. Con il procedere del concerto (un'oretta e mezzo) le cose migliorano sempre di più, e raggiungono picchi notevoli in brani come July, Tonight's Music (assolutamente da lacrime), The Longest Year, Evidence. In definitiva un buon concerto, con alcuni picchi notevoli, peccato per l'inizio davvero fuori fuoco, sia per i suoni che per la prova vocale (ripeto: imbarazzante, mai sentito stonature così madornali!). I nuovi membri del gruppo non sbagliano un colpo e si dimostrano all'altezza, le canzoni del nuovo, straordinario, disco, sono un caleidoscopio di emozioni, e l'energia sprigionata dalla band per tutta la durata del concerto è trascinante. In definitiva un concerto molto buono, anche se a tratti un pò altalenante.

mercoledì, marzo 03, 2010

Concerto Il Teatro degli Orrori


Difficile giudicare la prestazione della band, di fronte ad un'acustica così terribile. Nel Teatro Mascagni di Villa Corridi, a Livorno, i suoni rimbombano, si disperdono, saturano tutto e nascondono le capacità di una band che con il suo disco d'esordio si era dimostrata una delle più interessanti realtà italiane. Mi getto alla cieca nei nuovi pezzi, sperando che dal vivo si lascino apprezzare, anche se "a freddo". Ma la resa sonora è talmente insufficiente da rendere vano ogni tentativo di giudizio. Certo l'impressione che lasciano i nuovi brani, meno immediati e più sovrarrangiati, è quella di canzoni meno d'impatto, e forse anche meno particolari. Sembra si sia rotto l'equilibrio perfetto tra noise rock alla Jesus Lizard e rock italiano, sbilanciandosi troppo in direzione di quest'ultimo (dove sono i riff sbilenchi?! Cosa ci fanno tutti quei coretti a 3 voci?!), e anche Capovilla non convince con linee melodiche poco originali (in certi passaggi praticamente identiche al disco precedente) e con testi (e commenti nei momenti di pausa) di natura politico-sociale, che cadono di testa nel mare della banalità. L'impressione insomma è negativa, e rimane l'amaro in bocca. Perchè anche se la band sta facendo il grande salto verso un pubblico sempre più numeroso, la qualità non riesce a rimanere ai livelli elevatissimi del primo, bellissimo, album. L'acustica pessima del concerto invita però ad un ascolto più attento dei nuovi brani, davvero difficili da apprezzare in una situazione tanto deludente.

sabato, febbraio 20, 2010

Concerto Ulver


Il tour degli Ulver è sicuramente un evento. Per la prima volta dal vivo, la band di Garm mette a repentaglio la sua fama di band di culto. Ma il coraggio e la voglia di osare non mancano a questi norvegesi, capaci di rivoluzionare la propria musica svariate volte, senza mai abbassare il livello qualitativo. Le aspettative sono molto alte, ma c'è anche la consapevolezza che sarà impossbile riprodurre dal vivo una musica complessa e ricercata come quella degli Ulver, non concepita per essere vissuta live. Il Teatro Rasi di Ravenna è esaurito, l'atmosfera è quella del grande evento. Assaporiamo seduti lo spettacolo. Il pubblico si dimostra fin da subito rispettoso e silenzioso, quasi in religiosa ammirazione. Attila Csihar, con il suo pregetto Void ov Voices, apre il concerto. Mezzora di voci che si accavallano e si rincorrono, ipnotiche, ossessive, degne dei Sunn O))) più sepolcrali. Drone vocali, cantilene funebri e cori inquietanti, guidate da una voce calda e particolarissima, per una messa nera di grandissimo impatto. E' poi il turno di Garm e soci.
Un'ora e venti di grandissima musica, che ripercorre gli ultimi anni di carriera della band, con una presenza massiccia dei brani degli ultimi 3 album, più alcune sparse schegge tratte dai loro ep. L'apertura con Eos è struggente ed emozionante, i filmati alle spalle della band intensificano le sensazioni trasmesse dalla musica, e risultano affascinanti, e a tratti davvero disturbanti. In certi momenti la musica si fà apocalittica richiamando i migliori Coil e le immagini di periodo nazista sono un pugno nello stomaco. L'intensità non cala , la band suona bene e non ha paura a reinterpretare alcuni brani. Musica elettronica, metal d'avanguardia, trip hop, noise, sia quel che sia, questa è ottima musica. I suoni sono molto buoni nonostante in alcuni frangenti i bassi dei synth saturino troppo l'ambiente, e alcuni volumi risultino sballati e contribuiscano a rendere surreale la reinterpretazione di alcuni brani. Ma in definitiva il risultato è buono, a tratti (soprattutto nei brani più scarni di Shadows of the Sun) davvero grandioso. La voce di Garm è caldissima, profonda, intensa, e sulle note basse fa letteralmente venire i brividi, mentre sulle note alte non si dimostra sempre perfetta. L'esecuzione di For the Love of God risente di una prova vocale non convincente, ma per il resto i risultati sono molto buoni, a tratti strepitosi. I brani di Blood Inside risentono un pò dei nuovi arrangiamenti rock, mentre quelli di Shadows of the Sun si dimostrano a dir poco splendidi. Hallways of Always è straordinaria, così come la conclusiva Like Music, seguita dalla struggente coda di pianoforte. Emozionanti, mai banali, sempre ricercati e sofisticati, gli Ulver si confermano una delle migliori band degli ultimi anni, anche dal vivo. In definitiva uno splendido concerto, che per ovvi motivi, in certi frangenti, si è dovuto basare sulla reinterpretazione in chiave maggiormente rock dei brani, spiazzando un pò all'inizio, ma dimostrandosi poi riuscitissimo. Alcuni momenti, a dir poco sublimi, da soli bastano per considerare questo concerto un evento assolutamente fantastico e irripetibile.

venerdì, febbraio 19, 2010

Concerto David Cross


Sono passati più di 35 anni dal trittico Larks' Tongues in Aspic, Starless and Bible Black, Red, e non so cosa aspettarmi dal violinista che ha contribuito ha rendere storico il nome dei King Crimson, con la sua eleganza melodica, ma anche con i suoi deraglianti deliri rumorosi. Rimango sorpreso quindi di trovarmi di fronte una band di metal progressivo, con suoni compressi e potenti, batteria martellante e passaggi di doppia cassa, assoli alla velocità della luce. La sorpresa è positiva. Le canzoni hanno grande groove e melodicamente sono ineccepibili e coinvolgenti. Niente di originalissimo ma comunque molto efficace, suonato ovviamente in modo divino, ma mai freddo o distaccato, nè eccessivo. Il violino di Cross si innesta benissimo in questa matrice musicale, che comunque prende a piene mani anche dagli anni 70 crimsoniani, alternando momenti melodici di grande atmosfera, passaggi nervosi, e sfuriate metal. Dimostrazione dell'incredibile apertura mentale di questo ultra sessantenne, che continua a divertirsi sul palco, e a creare inusuali melodie. C'è tempo anche per una versione stravolta di Exiles, davvero riuscita nel suo alternare un intro degno degli Ozric Tentacles e alcuni passaggi che ricordano molto i Pink Floyd. Le canzoni della band convincono, soprattutto negli ottimi intrecci chitarra-violino, ma il compito di chiudere lo show è affidato all'immortale Starless, suonata piuttosto simile all'originale, anche se "metallizzata" e "squadrata" in alcuni passaggi. Risultato emozionante e convincente, per una delle canzoni migliori di tutti i tempi (senza esagerare!). Il bis è affidato ad una versione stravolta e decisamente metal di 21st Century Schizoid Man, carina ma a mio parere non eccelsa come le precedenti rivisitazioni proposte, oltre che non legata al periodo che Cross ha trascorso nella band di Fripp. E' comunque una chicca per i fans della band inglese (chissà se avranno apprezzato così tanto metallo?! Mah...dubito...) che ha segnato la storia del rock. Grande concerto

giovedì, novembre 26, 2009

Concerto Isis


In un Estragon semivuoto, in confronto al concerto dei Porcupine Tree di due settimane prima, ritrovo gli Isis. La band di Boston si presenta dopo l'uscita di Wavering Radiant, disco che ha riavvicinato la band verso sonorità massicce e pesanti, senza perdere di vista le ultime evoluzioni verso un rock sempre più psichedelico e progressivo, fortemente debitore dei Tool. Dal vivo la band di Aaron Turner mostra di aver ripreso un pò dell'energia distruttiva di qualche anno fa, ma di aver perso un pò della precisione osservata nel tour del disco precedente. Penalizzati da pessimi suoni nella prima parte la band necessita di alcune canzoni per ingranare, ma verso metà concerto tutto inizia a quadrare, e il bellissimo finale di Dulcinea è l'antipasto del concerto vero e proprio, che raggiungerà il suo apice nelle bellissime Ghost Key e Threshold of Transformation, straordinarie canzoni del nuovo album, che mostrano l'evoluzione del gruppo verso sonorità più liquide, psichedeliche e cerebrali, ma senza perdere di vista il lato fisico della musica.
Aaron Harris dimostra una notevole evoluzione, suonando ogni tour in modo sempre più fluido e con maggiore capacità di infondere groove ai pezzi, e anche se Turner non è precisissimo, non delude con la sua alternanza di voce melodica e sporca.
Il breve ma intenso concerto si conclude con la coda psichedelico-rumoristica di Altered Course, ed è la degna conclusione di un evento davvero riuscito (peccato per i suoni nella prima metà) che conferma, per l'ennesima volta, il valore di questo gruppo.

giovedì, novembre 12, 2009

Concerto Porcupine Tree


Arrivo all'Estragon verso le 19:15, il pubblico non è molto numeroso, e mi pare soprattutto composto da giuovini metallari. Mi mangio una piadina, mentre un vento freddo rende l'atmosfera davvero nordica, e l'attesa (anche se breve) non è certo delle più piacevoli. Intorno alle 20 aprono la porta, ed entro al calduccio. Pian piano l'Estragon inizia a riempirsi, e i Demians iniziano il loro spettacolo. Mi sistemo davanti al mixer, al centro, per vedere e sentire bene. La band non mi piace per nulla, e il mio giudizio sulla loro musica è ancora più impietoso della volta che li vidi di spalla agli Anathema. Melodie davvero troppo zuccherose, a metà tra Foo Fighters più melodici, Nickleback, rock gotico melenso etc etc...Il pubblico li apprezza, ma a me annoiano parecchio. Comunque sia...quando iniziano i porcospini (intorno alle 10) nel locale c'è un sacco di gente, e il pubblico si dimostra molto variegato, si va dal metallaro, al vecchio ascoltatore di prog (con tanto di figli al seguito) all'ascoltatore di rock alternativo. Ce n'è per tutte le età, e per tutti i gusti.
Un'aspirapolvere rossa pulisce per bene il palco che pochi minuti dopo Wilson calcherà a piedi nudi, e l'atmosfera di grande attesa si trasforma in uno spettacolo comico che il pubblico (me compreso) accoglie con un mare di risate. Arriva l'invito a non effettuare riprese (clamorosamente poco trasgredito, nell'arco della serata). Wilson ci è o ci fa? E' convinto di questi suoi deliri degni del Fripp più paranoico o si è costruito un personaggio da artista-pazzoide?! Fondamentalmente non me ne frega una mazza, mi basta la sua musica... :wink:
Ecco la base trip hop di Blind House. Si capisce che stanno per arrivare.
Le luci si spengono, si parte...
Salgono sul palco e Occam's Razor è un'intro affascinante, grazie anche alle belle immagini onirico-psicotiche proiettate alle spalle della band. Ancora una volta Lasse Hoile ha fatto un lavoro egregio che, a parte qualche immagine psichedelica computerizzata poco efficace(un pò troppo in stile Windows Media Player), non delude per niente, e anzi contribuisce ad amplificare l'effetto della musica, risultando indispensabile.
The Blind House è la vera partenza, e scuote per la sua energia, nonostante il suono del basso sia un pò troppo alto e renda non del tutto incisive le chitarre. La voce di Wilson deve ancora scaldarsi, ma il gruppo mostra subito una buona energia. Il finale elettronico è la vera chicca della canzone. Terminato il pezzo Wilson annuncia che la prima metà dello show sarà interamente occupata dall'esecuzione del nuovo concept. Una breve pausa, poi si riparte, e da qui in poi sarà un'immersione senza attimi di respiro.
L'esecuzione del concept è praticamente perfetta (anche se la title track non mi ha convinto al 100%, un pò per la voce di Wilson che ho trovato meno onirica rispetto alla versione in studio, un pò per la base elettronica che non era dotata della necessaria pesantezza, comunque ottime le chitarre distorte e il bellissimo finale melodico), e nelle parti acustiche riesce a creare un'atmosfera davvero affascinante. 55 minuti che scorrono in un lampo, e che valorizzano ancor di più un disco riuscito. L'impressione è infatti quella che il nuovo materiale guadagni molto nella versione live, grazie ad un'ottima enfatizzazione delle atmosfere. I suoni pian piano migliorano sempre di più, la voce di Wilson si dimostra sempre superlativa, e il supporto di Wesley si dimostra davvero fondamentale. Gli intrecci vocali, da sempre importantissimi nella musica della band, riescono alla perfezione e contribuiscono a valorizzare le bellissime melodie. Il gruppo convince sia nei momenti soft (bellissima Your Unpleasant Familiy, così The Seance) ma anche nelle parti pesanti (ottima l'opethiana Octane twisted, così come Circle of Manias, caratterizzata da bellissimi suoni distorti, davvero pesantissimi ma al tempo stesso ricchi di armonici e sfumature). Time Flies guadagna mille punti, sooprattutto nella parte psichedelica centrale, davvero coinvolgente. Una tempesta di suoni in continua mutazione, tra arpeggi acustici, note riverberate e un assolo acidissimo da strapparsi i capelli. Ottima la prestazione di Wilson alla chitarra, ma anche wesley non è da meno. Gli assoli (che nell'ultimo disco sono a dir poco meravigliosi), suonati con alcune piccole variazioni, suonano magnificamente. Ma non c'è una parte non riuscita, nell'esecuzione di the Incident. Dalle affascinanti atmosfere di The Yellow Wndows of the Evening Train, breve passaggio ambient in stile Sigur Ros, accompagnato da bellissime immagini, all'arpeggio di Degree Zero of Liberty, fino alle canzoni vere e proprie, come Drawing the Line (ottima l'alternanza di atmosfere crepuscolari e ritornello iper trascinate).
I Drive the Hearse chiude la prima metà del concerto in modo sublime.n Brano acutico bellissimo, in certi frangenti davvero intimo, in altri epico.
Conto alla rovescia, 10 minuti.
Precisissimi rientrano e si riparte con la straordinaria The Start of Something Beautiful, uno degli apici di Deadwing, a mio parere. Psichedelia, prog, metal, tutto insieme per creare un'atmosfera unica. La band suona benissimo, sia nelle parti più tecniche, sia in quelle più intime, come la successiva Buying New Soul, canzone straordinaria introdotto dai suoni di Richard Barbieri. Chitarre acustiche e synth si abbracciano, per poi lasciare il posto alle distorsioni, nella successiva Anesthetize (purtroppo eseguita soltanto la parte centrale). Un macigno, e il pubblico si esalta. Una canzone meravigliosa (personalemente una delle migliori mai scritte da Wilson) che, anche se monca, suona coinvolgente come non mai. Il pubblico (parecchio numeroso) si esalta e canta a squarciagola un brano che è già diventato un classico. Si torna poi a The Incident, con la bellissima Remember Me lover, che non delude le aspettative. Way Out of Here è l'ennesimo macigno, che lascia interdetti alcuni vecchi fans dai capelli bianchi, ma esalta i metallari. Il finale kingcrimsoniano è straordinario. Da lacrime.
E l'ora del brano strappalacrime. Lazarus si dimostra esaltante e il pubblico (mai vista così tanto coinvolgimento ad un concerto dei Porcupine Tree) canta ogni parola. Wilson lascia due ritornelli nelle mani del pubblico. Come dice Wilson, c'è grande entusiasmo, e questop non può che far piacere, soprattutto per una band che pian piano ha raccolto tutto quello che ha seminato, nel corso della sua carriera. La pesantissima Mother and Child Divided chiude il concerto in modo perfetto.
Ma c'è tempo per il bis.
Wilson chiede quali canzone vorremmo sentire, poi lascia scegliere ad Harrison (ennesima dimostrazione di abilità tecnica e gusto melodico, per il batterista, che gode di ottimi suoni stasera). Il siparietto si conclude e parte The Sound of Muzak, per la gioia di moltissimi presenti. L'entusiasmo è alle stelle, ma l'apoteosi si ha con la conclusiva Trains. Siparietti comici (tra cui la presentazione dei membri della band accompagnata da musichette dementi , nell'interruzione centrale del brano), batti mani generale, per una canzone meravigliosa, ormai classica nel repertorio del gruppo.
Con le note della chitarra acustica di Wilson si conclude un concerto di due ore abbondanti, perfetto sia per quanto riguarda la prestazione della band, sia per quanto riguarda la partecipazione del pubblico. Suoni molto buoni, scaletta coraggiosa incentrata sul disco appena uscito, ma anche con alcune (ottime) b-sides, e pubblico che, soprattutto nella seconda metà, si è dimostrato caldissimo ed entusiasta. Il mio quarto concerto dei Porcupine Tree, ancora una volta una bellissima esperienza, divertente ma anche affascinante e, per l'ennesima volta, sempre diverso dal precedente.
Un gruppo eccezionale, che dal vivo conferma l'idea (anzi, la amplifica) che il mio fanatismo nei loro confronti è più che giustificato!

giovedì, ottobre 01, 2009

Concerto Kayo Dot


Non mi aspettavo certamente che i Kayo Dot dal vivo fossero in grado di riprodurre la loro musica arzigogolata come su disco...però non immaginavo di dovermi fare le 4 ore di auto che mi separavano da casa, sulla strada del ritorno, profondamente deluso...
Fin dall'inizio (con The Manifold Curiosity, bellissima canzone di Choirs of the Eye) si è capito che i suoni non erano all'altezza (troppi alti, bassi quasi inesistenti, chitarra che copriva tutti nelle parti soft, piatti della batteria che coprivano tutto nel parti pesanti) e che la band non era in grado di ricreare le stupende musiche registrate in studio. Difficile rendere bene quei magistrali cambi di intensità e dinamica, ma soprattutto difficile rendere fluida la struttura completamente mutevole del pezzo.
Toby Driver fa il direttore d'orchestra e da il tempo a tutti, cercando di farli orientare nella marea di pause , ripartenze, arpeggi e sfuriate. Gli altri lo "inseguono" e la sensazione è perennemente quella di una band scoordinata, che non attacca con la dovuta precisione e naturalezza. Le canzoni sono stranamente rallentate, e le pause si allungano, quasi come per dare tempo a tutti i membri di "mettersi in fase". Così facendo però la musica della band perde una delle sue caratteristiche principali, cioè la scorrevolezza e la naturalezza. Io adoro i primi 2 dischi del gruppo, e amo proprio la capacità di costruire canzoni complesse che scivolano e confluiscono in maniera liquida e naturale, nonostante la mancanza di un chiaro filo conduttore. Dal vivo invece questa scorrevolezza viene persa....e le canzoni risultano spezzettate, e mal coordinate. The Manifold Curiosity (oltre a non poter contare su tutti i bellissimi arrangiamenti della versione in studio) pecca soprattutto nella parte pesante, dove il delirio (che su disco è comunque energico e trascinante, nella sua follia) suona come una cacofonia dominata da note stridenti, un muro sonoro che ha poco a che vedere con il pesantissimo martellare della versione in studio. Immortelle and Paper Caravelle (da Dowsing Anemone with Copper Tongue) è la seconda canzone, e, dopo un bell'intro, suona troppo dilatata, rallentata, spezzettata. Si riconosce la bellezza delle melodie di chitarra, la voce eterea, la delicatezza di certi passaggi, ma il tutto scorre in modo troppo farraginoso e poco naturale.
Il terzo pezzo credo fosse dell'ultimo disco (che conosco poco) ed è davvero difficile da seguire. Vanno molto meglio le cose con la conclusiva Marathon (anche questa da Choirs of the Eye), che inizialmente ha una struttura più classica e la band si trova più compatta e precisa, e nel finale, guidato dalle belle note della tastiera, l'atmosfera si fa finalmente sognante ed eterea. La voce di Toby non raggiunge i picchi emotivi della versione in studio, ma grazie ad una tonnellata di delay ed echi vari riesce a suonare molto ipnotica e affascinante, davvero bella.
A quel punto penso: "ok, i suoni stanno migliorando, la band inizia ad ingranare..." e tutto finisce. 50 minuti. Niente di più. Resta una sensazione di occasione perduta. Peccato

mercoledì, settembre 16, 2009

Concerto Electric Wizard


Nel caldo opprimente e insopportabile dell'Unwound di Padova, ci ritroviamo al cospetto dei maestri del doom più ossessivo e demoniaco. Introdotti dai canadesi Blood Ceremony, che, seppur ancora un pò acerbi e imprecisi, si dimostrano una band interessantissima con il loro hard rock sepolcrale con venature progressive, che odora di anni 70 a chilometri di distanza. Niente di originale, ma le canzoni sono davvero coinvolgenti e creano un'atmosfera affascinante. E' poi il turno degli Electric Wizard. Con la sezione ritmica completamente rinnovata, la band perde la pesantezza estenuante del batterista Justin Greaves, ma suona più compatta e precisa di quando li vidi a Sesto Fiorentino. I suoni sono piuttosto buoni e contribuiscono a rendere pesante e soffocante la serata, amplificando l'energia dei rallentatissimi riff. Mentre una straordinaria sequenza di spezzoni di film horror scorre alle loro spalle, la band tira fuori un concerto breve ma intensissimo, incentrato soprattutto sull'ultimo album. Alcuni brani si presentano dilatati e ancor più lisergici che su disco, sempre estremamente coinvolgenti. Ipnotizzato dalle immagini di messe nere e riti in onore del demonio, vengo davvero rapito dal pesantissimo flusso oscuro creato dalla band. Sequenze affascinanti, tratte da film culto degli anni 7o, davvero perfettamente abbinate alla musica fumosa, pesante, fangosa, sporca, maligna...
Forse non memorabile come l'esibizione di Sesto, di spalla ai Cathedral, dove la band aveva un suono a dir poco perfetto, il concerto è comunque straordinario e la prestazione della band si è rivelata ottima. Come essere immersi nelle magiche e misteriose atmosfere di un cinema della paura che non esiste più, con una sottile sensazione di nostalgia.

lunedì, luglio 06, 2009

Concerto Karma to Burn


Morti e sepolti. Sotto uno strato di sabbia e rocce, ovviamente. I Karma to Burn, dopo tre dischi di stoner spacca ossa, si sono sbriciolati e sono scomparsi. Dopo un esordio capolavoro, che li aveva lanciati al vertice del genere più desertico del pianeta, la band abbandona la strepitosa voce del cantante Jarosz, e si lancia nell'universo della musica strumentale. La qualità non diminuisce. Ancora riff trita tutto, momenti ai limiti della psichedelia pesante e sabbathiana, grande musica insomma. Poi la morte. E' il 2002. Io ancora ignoro la loro esistenza, così mi perdo un loro concerto a tre passi da casa...
Ma ad inizio 2009 il Dio dello Stoner ci regala una reunion. Di fronte a questi ritrovi melodrammatici si sente puzza di soldi a chilometri di distanza. E soprattutto puzzo di vecchiaia. Ma confidando nel Dio dello Stoner, affrontiamo la trasferta verso il Mare Adriatico. Così i Karma to Burn ci lasciano a bocca aperta. Riff massicci e trascinanti, vortici di groove e distorsione, energia dirompente. Senza un attimo di tregua, la loro musica incita allo scapellamento selvaggio, e non si riesce a star fermi. Una tempesta. Due pezzi nuovi confermano le voci che parlano di un nuovo album in arrivo, e la sensazione di trovarsi di fronte una band tutt'altro che morta è evidente. A volte i miracoli avvengono per davvero.
Un concerto del genere, per di più tra le dune della spiaggia adriatica, che amplificano l'atmosfera stoner, non ha prezzo (infatti era gratis!).
Attendendo nuovi miracoli, rendiamo grazie al Dio dello Stoner, per il grandioso concerto del quale ci ha reso partecipi!

lunedì, giugno 01, 2009

Concerto God is an Astronaut


Caldo. Questo è quello che non dimenticherò mai di questo concerto. I tre irlandesi arrivano a Pisa in quel buco del Caracol, noto, anche in inverno, per le temperature tropicali. Ma a fine maggio la situazione rasenta il drammatico. Mi dispiace parlar male di un locale che propone buoni concerti (per lo più acustici) e che si è ritrovato a dover ospitare un concerto come questo quasi a sorpresa, a causa dei problemi de La Centrale. Ma questo non giustifica la totale assenza di ossigeno (porte e finestre sprangate per evitare che i vicini fossero disturbati dalla musica) che ha reso il concerto una vera e propria sauna. Per fortuna la musica ha risollevato la serata.
I God is an Astronaut suonano bene e si dimostrano più trascinanti ed emotivi che su disco. La loro musica la conosco solo superficialmente anche perchè nella selva di gruppi post rock non sono mai stati tra i miei preferiti. Però dal vivo, nonostante alcuni passaggi un pò troppo standard, si dimostrano molto interessanti per la loro capacità di creare canzoni (si, niente suite chilometriche) lineari e scorrevoli, che abbinanoun ottimo groove alle classiche atmosfere malinconiche. La musica è evocativa e coinvolgente, e gli ottimi suoni contribuiscono ad amplificarne il fascino, che raggiunge vette eccelse durante alcune esplosioni pesanti (From Dust to the Beyond mi ha davvero stregato). I bellissimi video proiettati alle loro spalle sono la ciliegina sulla torta. Alla fine rimango soddisfatto per un buon concerto di un gruppo che certamente non mi farà saltare dalla sedia per la sorpresa ma che si dimostra un ascolto molto piacevole. Poca creatività ma non per questo la loro musica risulta banale e noiosa. E certamente il clima tropicale, piuttosto insolito in abbinamento a musica spaziale come questa, allontanerà il ricordo di questa serata dai binari della banalità quotidiana.

domenica, aprile 12, 2009

Concerto A Storm of Light


Dopo l'esibizione di spalla ai Neurosis, l'estate scorsa, le aspettative per questo nuovo gruppo di Josh Graham non sono molto alte. E invece, a sorpresa, gli A Storm of Light tirano fuori una prestazione interessante e coinvolgente. Nonostante la loro musica sia una poco originale commistione di muri di suono di scuola Jesu e terrore post industriale Neurotico, l'impatto risulta molto più convincente rispetto al concerto italiano di qualche mese fa. La voce di Graham risulta molto più precisa, e riesce a mantenersi su livelli più che sufficienti per l'intera serata, contribuendo con le sue note prolungate all'effetto straniante e psichedelico indotto dalla musica monolitica e dissonante. Il batterista nuovo, molto più essenziale di Signorelli, risulta molto più adatto alla musica della band. Il suo tocco violento, i suoi ritmi secchi e marziali si adattano alla perfezione alle atmosfere post industriali e apocalittiche. Inoltre evita, a differenza del suo predecessore, di suonare nei momenti atmosferici che collegano i diversi pezzi. Le basi di synth e tastiera esplodono nell'aria e riempiono ogni spazio, creando un effetto davvero allucinatorio, peccato che non ci sia nessuno a suonare tali parti, fondamentali per l'economia della musica. E peccato che i bellissimi video proiettati siano sgranati e tagliati, mentre nell'occasione precedente avevano dimostrato di essere fondamentali. Ma il bilancio è più che positivo. Certo, Graham ha sviluppato progetti molto più originali e interessanti (Battle of Mice, Red Sparowes) ma non ci possiamo lamentare di fronte ad un concerto così intensamente acido e nero

giovedì, marzo 19, 2009

Concerto Scott Henderson


Ignaro della sua musica, mi inoltro tra le note di Scott Henderson, che con il suo blues delirante cattura una notevole quantità di persone, accorse per l'occasione al Borderline. Un'ora e quarantacinque minuti di assoli graffianti e infuocati, dapprima decisamente vicini alla fusion acida, poi più tranquillamente adagiati su un blues potente ed energico. La prima parte della show, deviata e dissonante, mi rapisce e mi annichilisce. Dal basso della mia ignoranza sento tanto jazz-rock brucia-neuroni nella sua musica, e più di una volta mi vengono in mente artisti come Adrian Belew e la Mahavishnu Orchestra. Ma l'importante non è analizzare questa colata lavica di note (anche perchè non ne sarei minimamente in grado), bensì lasciarsi intrappolare e stuprare da tanta agilità compositiva. La seconda metà del concerto è più (per i miei gusti direi un pò troppo) terrena, nonostante sia comunque avvinciente. Ma il ricordo di quella prima ora mi obbliga a entrare dentro questo labirinto musicale, da me mai esplorato.

domenica, gennaio 25, 2009

Concerto The Bugz


Finalmente esce il primo disco dei the Bugz, storico gruppo pisano. E finalmente li rivedo dal vivo dopo mille anni (colpa mia, non loro...) alla festa di presentazione del suddetto. Il loro rock n' roll rumoroso ha guadagnato in impatto e tiro (sempre più bravi) ma ha perso un pò l'anima noise (peccato). Prestazione comunque eccezionale, molto trascinante e divertente. Per i miei gusti l'ultima canzone, molto doom-Melvins, è stata l'apoteosi, davvero ipnotica e pesante, ma in generale non hanno avuto momenti di calo. Energia sudata dall'inizio alla fine, una bella scarica sempre gradita!

domenica, gennaio 18, 2009

Supernatural Cat Night II: Lent0 + Morkobot + Ufomammut


Un mese dopo.
Nuovamente a contatto con gli alieni.
I Lent0 ci investono ancora una volta con i loro muri di distorsione. Forse meno massicci e travolgenti della volta precedente, comunque potentissimi e ben bilanciati, la loro musica è sudore e violenza. Corde che si spezzano ma non fermano la lenta caduta di macigni.
I Morkobot atterrano con le loro astronavi sul palco della Flog e fin da subito ci inviano messaggi mentali potentissimi. Psichedelici e rumorosi, cercano di rapirci, e alla fine siamo costretti a cedere di fronte al richiamo dello spazio. Passiamo attraverso strutture metalliche e contorte, difficilmente comprensibili dalla mente umana, per ritrovarci su un disco volante ondeggiante, e di fronte a noi, un pianeta sconosciuto.
Gli Ufommamut sono lava che scorre, nel medesimo pianeta. Cielo rovente e tempesta di meteoriti, energia allo stato puro, che scivola nel cuore del pianeta e ci piomba addosso, in continuazione. Esplosioni nucleari sulla superficie di un Sole a noi sconosciuto. Psichedelia pesante, senza via di ritorno.

martedì, dicembre 23, 2008

Supernaturalcat night: Lent0 + Morkobot + Ufomammut


In un piccolo locale, nascosto nella periferia di Ravenna, si tiene il concerto di Natale per i pochi intimi appassionati della musica pesante e opprimente.

Così, in un colpo solo, ci troviamo di fronte tre tra le band più interessanti del panorama italiano. Aprono le danze i Lent0, che in una quarantina di minuti creano un muro sonoro letteralmente devastante, che spazza via, per potenza, compattezza ed estensione armonica, un bel numero di band ben più famose. Trovarsi di fronte (...o dentro....o attraverso...) a tale spostamento d'aria è un'esperienza consigliata a tutti coloro che amano Isis, Cult of luna, Neurosis e simili... C'è tempo anche per qualche bel passaggio psichedelico per alleggerire l'atmosfera, ma sostanzialmente il loro concerto è un inseguirsi di riff di marmo. Se in futuro riusciranno a staccarsi un pò dai riferimenti agli Isis di Oceanic per seguire una strada più personale potrebbero fare il botto.

I Morkobot li vedo per la seconda volta. Ma se nell'altra occasione mi erano piaciuti, questa volta mi hanno entusiasmato. Merito dei suoni perfettamente calibrati per spaccare l'universo in due, ma soprattutto dei nuovi pezzi, che si dimostrano davvero di provenire da un'altra dimensione. Il delirio è ancora maggiore, ma forse più bilanciato verso una psichedelia cosmica che non può che piacermi.

Ritmi eccezionali e travolgenti, pompati da distorsioni ai limiti dell'industrial, accentuano lo straniamento.

E finalmente riesco a vedere gli Ufomammut! La loro psichedelia pesante è un vero toccasana per la mente. Come essere travolti da una tempesta di asteroidi....macigni che ti piombano addosso da tutte le direzioni, fiumi di lava che ti circondano...i riff granitici creano delle martellate difficilmente percepibili su disco, e gli effetti del basso amplificano la sensazione di viaggio cosmico, così come l'utilizzo di un moog.

Girano voci di un possibile atterraggio dell'astronave Supernaturalcat a Firenze in Gennaio...speriamo proprio....non sarebbe male farsi un altro bel "viaggio".

domenica, ottobre 26, 2008

Concerto Anathema


E' riduttivo scrivere qualcosa sull'evento di ieri sera. E' stata un'esperienza talmente personale e intima che è davvero difficile esprimere ciò che ho provato. E' stato come riappropriarsi di qualcosa che mi appartiene; emozioni sincere, che quasi consideravo perdute. Non immaginavo che gli Anathema sarebbero stati in grado di aprirmi il cuore in maniera così devastante. Sono passati quasi 10 anni, dal mio primo incontro. Judgment. Un disco che mi travolse. E che, come pochi altri, sentii mio. La mia passione per la loro musica ha seguito un percorso fatto di alti e bassi, in questi anni. E due concerti come spalla ai Porcupine Tree (il primo dei quali, nel 2005, particolarmente bello), pur emozionandomi, non mi erano entrati sotto pelle. Ma ieri l'atmosfera magica, fuori dal tempo, che si è venuta a creare, ha avuto la capacità di trasportarmi a 10 anni fa. Ingenuità, tanta rabbia e disillusione, una malinconia strisciante ma anche una continua speranza. Fin dalle note introduttive di Parissienne Moonlight, che ha accompagnato l'ingresso della band, si poteva percepire quel che sarebbe accaduto dopo. Una versione rabbiosa di Deep, e poi via via lungo il cammino che ha toccato ogni album. Un caleidoscopio emotivo che per due ore abbondanti, in maniera ininterrotta, ha dimostrato la grande forma della band, e, soprattutto, la magnifica prova vocale di Vincent, che conferma il miglioramento tecnico e interpretativo che si era percepito un anno fa. E vecchi gioielli hanno ripreso a brillare, sotto la luce di una poetica più sincera e meno teatrale. Pezzi come Far Away e Angelica hanno stupito per il calore, e ottimamente si sono sposati a nuove creazioni come le stupende Angels Walk Among Us e A Simple Mistake (conosciute in occasione del concerto di un anno fa), che lasciano presagire un nuovo bellissimo disco, che sembra non vedere mai la luce. Ma nell'attesa non posso dirmi deluso da questa carrellata, che ha raggiunto picchi emotivi elevatissimi, grazie anche a reinterpretazioni da brividi (su tutte l'immortale One Last Goodbye in versione piano e voce, durante la quale Vincent è apparso particolarmente emozionato). Ogni canzone sarebbe da segnalare per ciò che è riuscita a trasmettere, ma quello che si è visto con Are you There? in versione "drakiana", suonata dal solo Danny che chiedeva al pubblico di non battere le mani, è una cosa rara nel panorama musicale attuale. Emozioni, nient'altro. Nessun effetto speciale, nessuna incredibile novità, nessun virtuosismo, nessuna strepitosa capacità di improvvisazione. Emozioni. La maestosa versione di Anyone, Anywhere, che alterna momenti acustici a devastanti passaggi doom, è stata una delle anime del concerto di ieri sera, che si è spinto anche verso momenti di rock trascinante (Empty, Judgment che si trasforma in Panic), e ha stupito tutti con versioni moderne di classici del metal sepolcrale come A Dying Wish (con, nell'intermezzo, citazione di Another Brick in the Wall) e Sleepless. Il piano di Shroud of Flase, la bellezza dell'acustica Regret o della drammatica Lost Control, il climax del nuovo pezzo strumentale, dal sapore chiaramente post-rock...un uragano. Un uragano che è esploso definitivamente quando il calorosissimo pubblico ha cantato Flying, in un unico, infinito, coro di speranza.
La musica è questo, un uragano che ti esplode dentro. Solo questo.

domenica, ottobre 19, 2008

Concerto Dredg (Agosto 2008)


Dopo il memorabile concerto del 2005 a Miloano, torno a vedere i Dredg all'Estragon di Bologna. Sono curioso di sentire come si è evoluto il sound della band in questi ultimi anni, in prospettiva di un nuovo disco che dovrebbe uscire a breve. Infatti il gruppo propone alcuni brani inediti che per la verità non mi affascinano particolarmente, a parte uno. Gli altri mi lasciano l'amaro in bocca...sembra che i Dredg abbiano deciso di abbandonare definitivamente le atmosfere eteree e dilatate del loro capolavoro El Cielo per sviluppare ancor di più il loro lato pop (già evidente nel bel Catch Without Arms). Vedremo...intanto i pezzi vecchi sono davvero commoventi, nonostante l'acustica sia decisamente insufficiente e danneggi di parecchio il rendimento finale. Nonostante questo è davvero emozionante abbandonarsi alle solari melodie, che con passaggi psichedelici sollevano letteralmente in aria l'ascoltatore, donando un senso di pace grandioso.
La voce di Gavin si dimostra ancora una volta eccezionale, capace di elevarsi in alto senza mai perdere potenza ed espressività. Tutto sommato un buon concerto, anche se pesantemente danneggiato dall'acustica...Aspetteremo il loro ritorno in Italia per presentare il disco nuovo, sperando che questo non perda di vista le influenze progressive e post-rock che hanno reso unica la band

Concerto Neurosis (Agosto 2008)


In una zona squallida e surreale,come per magia, piombano i Neurosis. Per raggiungerli ci imbarchiamo in un lungo viaggio che attraversa oceani di nuvole e vere e proprie tempeste, per poi terminare sul lungomare marchigiano, che definire deprimente è davvero poco. L'attesa è lunga e affascinante, perchè tra vecchi e nuovi incontri entriamo nella famiglia dei neurotici, tutti frenetici per l'evento. Sono anni che i Neurosis non passano dall'Italia,e se alcuni fortunati li hanno seguiti all'estero (Inghilterra, Olanda) in una delle loro rare date dal vivo, la maggioranza del pubblico è ancora vergine. Le aspettative sono molto alte. Si entra. Il locale è una discoteca con un bello spazio all'aperto, sicuramente con un'atmosfera poco consona alla claustrofobica musica della band, ma comunque carino. I The Ocean sono una piacevole introduzione, anche se non esaltante, mentre gli A Storm of Light sono un muro sonoro davvero affascinante, nonostante la ripetitività e l'eccessiva somiglianza con i momenti d'atmosfera dei maestri Neurosis, e una voce poco convincente. Ci sediamo, parliamo, aspettiamo. Finchè esplodono le note di Given to the Rising. Riff granitici e voci sfibrate che strappano la pelle, poi la quiete, e in un attimo è tutto finito. Un lampo e siamo già completamente rapiti. Arriva anche Distill con i suoi crescendo, i suoi arpeggi, e le sue esplosioni di furia cieca. Brividi e lacrime, questa è musica che fa vibrare lo stomaco, entra dentro, si attorciglia lungo la spina dorsale ed esplode nel cervello, come avviene durante Locust Star, uno degli apici assoluti della serata. Ma non c'è un attimo di tregua, si respira un'atmosfera adrenalinica...stacchi industriali per Left to Wander, e poi chitarre deviate che si attorcigliano in Fear and Sickness. Tutto scorre velocissimo e non lascia il tempo di metabolizzare l'assalto sonoro al quale siamo sottoposti. Piccoli stacchi atmosferici collegano in un unico flusso tutte le canzoni, e insieme ai bellissimi video proiettati amplificano l'atmosfera surreale e magica della serata. Water is not Enogh ci riporta alla realtà con il suo riff spaccaoossa e i suoi infiniti cigolii, per introdurci nel vero e proprio gioiello, la conclusiva Stones From the Sky. Un vulcano che chiude un concerto diretto e viscerale, eppure psicologicamente intensissimo. Mente e corpo fuse alla perfezione. Totale.