La nebbia del disco d’esordio si è diradata mostrandoci in modo evidente il grigio che ci circonda. Se il senso di affascinante mistero si è ridimensionato, è più esplicita la malinconia. Ormai diventati una band vera e propria, i Blackfield delineano in modo più esplicito sensazioni e atmosfere, confermando la capacità di elaborazione melodica attraverso 10 brani che brillano per melodie tanto semplici quanto mai banali, agrodolci bozzetti al tempo stesso nostalgici e appassionati, caldi e quietamente disperati, sempre in grado di entrare nella memoria emotiva dell’ascoltatore. La solitudine, spesso accompagnata da un senso di abbandono, è disegnata a tratti marcati da una musica matura e ricercata , mai eccessivamente sofferta grazie alla perfetta contrapposizione tra delicatezza e drammaticità. L’enfasi emotiva è accentuata dai ricercati arrangiamenti, che se perdono un po’ del sottile tocco psichedelico dell’esordio, si arricchiscono di orchestrazioni, per un risultato epico, a tratti cinematografico. Proprio come un film, il secondo album dei Blackfield necessita di una costante immersione nel soffice ed ovattato universo del sentimento, sognante e fantastico ma incredibilmente affascinante. Anche se l’esordio rimane inarrivabile per freschezza melodica e intimità, questo secondo capitolo appassiona per i ritmi lenti e rilassati oltre che per le atmosfere cupe. Un film da assaporare con gli occhi di un bambino, lasciandosi trasportare dalla emozioni. Come canta la maestosa End of the World, in un mondo senza speranza, addormentiamoci confidando che ci venga inviato un sogno.
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lunedì, gennaio 23, 2012
venerdì, gennaio 13, 2012
Blackfield - Welcome to my DNA (2011)
Un uomo di fronte ad una spaziosa vetrata osserva un
oceano di nuvole. La bella copertina di Welcome to my DNA (concepita da Carl
Glover inizialmente per l’ultimo disco dei Marillion) ben si sposa con la
serenità della musica della band di Wilson e Geffen, che mai in precedenza aveva
ricercato atmosfere tanto solari. La delicata malinconia assume in
quest’occasione un tono ancor più romantico che in passato, smarrendo il
retrogusto sottilmente psichedelico e l’affascinante nostalgia dei primi due
album, per avvicinarsi molto a sofisticato pop da classifica. Anziché lasciarsi
andare a sussulti emotivi, l’album scorre in una quiete soffusa che da una parte
ammalia e coinvolge per il suo spirito sentimentale, dall’altra stucca per
alcuni passaggi ai limiti dello sdolcinato e del melenso. La sensibilità di
Geffen è la vera protagonista dei Blackfield recenti, e la dimostrazione risiede
nel fatto che il musicista israeliano abbia composto 10 degli 11 brani, e si sia
preso cura di quasi tutti gli arrangiamenti orchestrali. Proprio l’abbondanza
degli strati sonori a tratti risulta eccessiva e soffoca le melodie, togliendo
un pizzico di intimità, in favore di una vena epica e maestosa. Ma nel complesso
l’album emoziona, soprattutto quando con semplicità disegna melodie romantiche
(Glass House, DNA). Il rischio di cadere nel calderone del pop da supermercato è
quanto meno evidente ma la band riesce sempre a rimanere in bilico senza mai
precipitare, grazie soprattutto ad alcuni lampi degni del sublime passato
(Zigota).
lunedì, febbraio 08, 2010
Nosound - A Sense of Loss

A Sense of Loss, terzo disco dei romani Nosound, rappresenta la maturazione. Dopo i primi esperimenti solisti di Giancarlo Erra, culminati nell’album Sol29 (2005), e la costituzione di una band vera e propria, che con Lightdark (2008) si è imposta come una delle più interessanti realtà italiane, con A Sense of Loss i Nosound acquisiscono una personalità che nei lavori precedenti non era ancora pienamente matura. Fin dalle prime, eteree, note del disco si percepisce una rielaborazione maggiormente personale della proposta, a cavallo tra ambient, rock progressivo e post rock. Atmosfere sospese, come una fitta nebbia autunnale, dal sapore vagamente onirico e psichedelico. La lezione è sempre quella dei primi Porcupine Tree e dei No-man, ma la sensibilità con la quale Erra tratta la materia sonora è personale, e completamente matura. Un tappeto fluttuante di synth, tastiere e archi che creano uno strato sonoro compatto ma mai pesante, nel quale penetrano delicati arpeggi chitarristici e malinconiche note di pianoforte. La sensazione è quella di vagare, senza una meta precisa, in una città solitaria e resa gelida da una leggera nebbia. In alcuni momenti una luce si accende in una casa, e sembra guidarci con il suo calore, ma niente è ben definito, e ci perdiamo nuovamente. Le melodie sono bozzetti che scivolano senza farsi afferrare completamente, e donano un senso di incompiutezza che rende questo lavoro ancor più affascinante e misterioso.
L’incipit è delicato e fragile, l’atmosfera è straniante, e fin da subito ci sentiamo persi nel lungo accordo iniziale. Some Warmth into this Chill, brano d’apertura, mette da parte la ricerca di una melodia portante, in favore di un’analisi delle atmosfere, e raggiunge il suo culmine in un breve assolo pianistico che ricorda lo stile di David Sylvian.
Con la successiva Fading Silently veniamo introdotti in un universo che scorre al rallentatore, e le melodie risultano più riconoscibili e di facile approdo. Il brano ha come struttura portante un affascinante arrangiamento sinfonico che perfettamente si abbina alle poche e calibrate note di pianoforte, dimostrando la capacità della band di creare arrangiamenti complessi ma mai pesanti, e perfettamente funzionali alle necessità comunicative dei brani.
Tender Claim richiama più esplicitamente lo stile psichedelico dei Porcupine Tree di Steven Wilson, principale fonte d’ispirazione per la band. Ma i Nosound rielaborano il pop sinfonico dai sapori psichedelici con una maturità decisamente superiore rispetto al passato. Come il precedente, anche questo brano nella seconda parte scorre strumentale, ma in questo caso per perdersi alla deriva di un tappeto ambient davvero affascinante.
My Apology si dimostra un brano più terreno, guidato da un bellissimo arpeggio di chitarra e dalla voce di Erra. Gli strati sonori si assottigliano in questa ballata malinconica, che mantiene comunque l’atmosfera crepuscolare e vagamente onirica del resto dell’album. La voce di Erra convince, con il suo incedere lento e profondamente ipnotico, ma forse il timbro non è abbastanza intenso e caldo, naturale, e risulta un piccolo difetto in un disco decisamente riuscito.
Constant Contrast suona come una silenziosa meditazione dei Bark Psychosis, e nella sua ipnosi malinconica risulta ricca di particolari che si intrecciano perfettamente senza mai accavallarsi. Rarefatta, ricca di spazi vuoti, è un momento cruciale del disco. Un sogno che scivola nella nebbia umida che avvolge l’album, un passaggio senza il quale non potremmo entrare nella lunga suite finale.
I 15 minuti di Winter Will Come sono il cinematografico capitolo finale dell’album. La surreale nebbia onirica che ci ha guidati fin qui, si sviluppa e si trasforma in una nuova consapevolezza, si apre mostrandoci tutto più chiaramente, con lucidità. Questo non attraverso facili e immediate melodie, bensì grazie ad un’evoluzione delle atmosfere che si fanno qui più luminose e calde, e ci indirizzano lungo una strada definita che è la struttura del brano, a metà tra rock progressivo e post rock. C’è un senso di quiete, di pace, che intravediamo più chiaramente dietro il velo di nostalgica malinconia. Un finale epico ma non ridondante, che ricorda i Sigur Ros per i suoi crescendo, le sue lunghe pause, e le ripartenze. La nebbia si è diradata, e la sensazione è quella di trovarsi su una spiaggia deserta, in autunno, assaporando il calore dell’ultimo Sole, prima dell’esplosione di un nuovo, gelido, inverno. Una distorsione irrompe possente, accompagnata ancora una volta dagli archi, e la canzone si spalanca, meravigliosa, prima di accartocciarsi e prendere nuovamente fiato. Un passaggio che carpisce ancora una volta linfa vitale dalla musica d’ambiente, prima delle battute finali, epiche e drammatiche.
Se già il precedente Lightdark dimostrava una band capace di comporre ottima musica, A Sense of Loss non solo è la conferma di tale capacità, ma è un decisivo passo in avanti per quanto riguarda la sviluppo della personalità. Manca forse ancora la maturità necessaria per comporre melodie portanti efficaci da innestarsi sui meravigliosi tappeti ambient, ma forse è proprio questa incompiutezza che dona maggior fascino ad un album straordinario, in grado di miscelare con sapienza arrangiamenti complessi ed emozioni intime, senza mai perdere intensità.
L’incipit è delicato e fragile, l’atmosfera è straniante, e fin da subito ci sentiamo persi nel lungo accordo iniziale. Some Warmth into this Chill, brano d’apertura, mette da parte la ricerca di una melodia portante, in favore di un’analisi delle atmosfere, e raggiunge il suo culmine in un breve assolo pianistico che ricorda lo stile di David Sylvian.
Con la successiva Fading Silently veniamo introdotti in un universo che scorre al rallentatore, e le melodie risultano più riconoscibili e di facile approdo. Il brano ha come struttura portante un affascinante arrangiamento sinfonico che perfettamente si abbina alle poche e calibrate note di pianoforte, dimostrando la capacità della band di creare arrangiamenti complessi ma mai pesanti, e perfettamente funzionali alle necessità comunicative dei brani.
Tender Claim richiama più esplicitamente lo stile psichedelico dei Porcupine Tree di Steven Wilson, principale fonte d’ispirazione per la band. Ma i Nosound rielaborano il pop sinfonico dai sapori psichedelici con una maturità decisamente superiore rispetto al passato. Come il precedente, anche questo brano nella seconda parte scorre strumentale, ma in questo caso per perdersi alla deriva di un tappeto ambient davvero affascinante.
My Apology si dimostra un brano più terreno, guidato da un bellissimo arpeggio di chitarra e dalla voce di Erra. Gli strati sonori si assottigliano in questa ballata malinconica, che mantiene comunque l’atmosfera crepuscolare e vagamente onirica del resto dell’album. La voce di Erra convince, con il suo incedere lento e profondamente ipnotico, ma forse il timbro non è abbastanza intenso e caldo, naturale, e risulta un piccolo difetto in un disco decisamente riuscito.
Constant Contrast suona come una silenziosa meditazione dei Bark Psychosis, e nella sua ipnosi malinconica risulta ricca di particolari che si intrecciano perfettamente senza mai accavallarsi. Rarefatta, ricca di spazi vuoti, è un momento cruciale del disco. Un sogno che scivola nella nebbia umida che avvolge l’album, un passaggio senza il quale non potremmo entrare nella lunga suite finale.
I 15 minuti di Winter Will Come sono il cinematografico capitolo finale dell’album. La surreale nebbia onirica che ci ha guidati fin qui, si sviluppa e si trasforma in una nuova consapevolezza, si apre mostrandoci tutto più chiaramente, con lucidità. Questo non attraverso facili e immediate melodie, bensì grazie ad un’evoluzione delle atmosfere che si fanno qui più luminose e calde, e ci indirizzano lungo una strada definita che è la struttura del brano, a metà tra rock progressivo e post rock. C’è un senso di quiete, di pace, che intravediamo più chiaramente dietro il velo di nostalgica malinconia. Un finale epico ma non ridondante, che ricorda i Sigur Ros per i suoi crescendo, le sue lunghe pause, e le ripartenze. La nebbia si è diradata, e la sensazione è quella di trovarsi su una spiaggia deserta, in autunno, assaporando il calore dell’ultimo Sole, prima dell’esplosione di un nuovo, gelido, inverno. Una distorsione irrompe possente, accompagnata ancora una volta dagli archi, e la canzone si spalanca, meravigliosa, prima di accartocciarsi e prendere nuovamente fiato. Un passaggio che carpisce ancora una volta linfa vitale dalla musica d’ambiente, prima delle battute finali, epiche e drammatiche.
Se già il precedente Lightdark dimostrava una band capace di comporre ottima musica, A Sense of Loss non solo è la conferma di tale capacità, ma è un decisivo passo in avanti per quanto riguarda la sviluppo della personalità. Manca forse ancora la maturità necessaria per comporre melodie portanti efficaci da innestarsi sui meravigliosi tappeti ambient, ma forse è proprio questa incompiutezza che dona maggior fascino ad un album straordinario, in grado di miscelare con sapienza arrangiamenti complessi ed emozioni intime, senza mai perdere intensità.
lunedì, ottobre 12, 2009
Steven Wilson - Insurgentes

Avenida de los Insurgentes è una delle strade cittadine più lunghe del mondo. Attraversa da cima a fondo Città del Messico, e nel suo articolato percorso incontra le varie anime della città. Il suo nome è un ricordo in onore dei rivoluzionari che si sono sacrificati per l’indipendenza della nazione messicana.
Steven Wilson, da tempo legato al Messico, nel suo primo vero e proprio disco solista (in precedenza, a suo nome, erano stati pubblicati solamente alcuni dischi di cover) percorre una strada lunga e complessa, che risale la sua carriera, attraversando ogni momento cruciale. Una strada che funge anche da omaggio per tutti gli artisti che hanno lasciato il segno, nella musica di Wilson. Insurgentes è lo stesso Wilson, mosso da una profonda voglia di rivoluzionare il proprio modo di comporre, per una volta completamente libero di spaziare, in qualsiasi direzione. Indubbiamente il lavoro più intimo e personale che l’autore, principale mente dietro al progetto Porcupine Tree, abbia mai concepito.
Tra gli arpeggi malinconici, le esplosioni rumoristiche, i crescendo psichedelici e gli stacchi elettronici c’è l’anima del musicista inglese, che, come già sottolineato nell’ultimo disco della sua band madre, cerca di comporre un’opera pura, completamente svincolata dalle logiche superficiali della società attuale. E’ necessaria un’immersione profonda nella musica, che è accompagnata anche da una prestigiosa veste grafica, da Wilson considerata parte integrante dell’opera. Oltre all’edizione normale del disco viene infatti pubblicata un’edizione deluxe con un gran numero di immagini in grande formato, oltre a dischi aggiuntivi in surround 5.1, per amplificare l’effetto avvolgente e psichedelico dell’esperienza. E un filmato, preparato da Lasse Hoile (già autore dell’artwork, insieme a Carl Glover) si sviluppa in parallelo al disco. Un’opera molto pretenziosa e complessa, che ha l’obiettivo di combattere la superficialità che caratterizza la “internet generation”, non solo dal punto di vista artistico/musicale.
Nel contorto percorso che si snoda nell’opera, Wilson abbraccia le varie anime della sua carriera: da quella più sperimentale e legata all’ambient (Veneno para las hadas) e al drone/noise (Get All You Deserve) , a quella intrisa di semplice ma efficace elettronica (Abandoner), fino al prog (No Twilight within the Court of the Sun) e al pop psichedelico (Significant Other). Una carrellata di bozzetti dal sapore psichedelico e onirico, vagamente inquietante e straniante, che il musicista, accompagniato da professionisti del rock progressivo e della musica sperimentale (da Tony Levin a Dirk Serries, da Jordan Rudess a Theo Travis), racconta con la sensibilità di chi affronta i vecchi ricordi e li mescola alle nuove passioni. Per una volta sono messi da parte il metal e i Pink Floyd, per addentrarsi in una rete di nuovi suoni e nuove soluzioni che ultimamente appassionano il musicista inglese.
Caratteristica fondamentale di Insurgentes sono i testi surreali, briciole di pensieri spezzettati che, più che raccontare, evocano immagini. Amplificando quindi l’effetto della musica, i testi contribuiscono a creare visioni di spazi sconfinati, dal sapore classicamente cinematografico.
Le danze si aprono con l’arpeggio di Harmony Korine (il titolo è un omaggio al regista americano, famoso per pellicola altamente sperimentali, come Gummo, che spesso trattano il tema dell’abbrutimento della società e in particolare delle giovani generazioni; e anche il surreale video della canzone è un insieme di citazioni cinematografiche), un richiamo alle tracce d’apertura del recente passato di Wilson (Fear of a Blank Planet dei Porcupine Tree ma anche Once dei Blackfield). L’atmosfera è immediatamente plumbea, gelida, colorata di un grigio senso di disillusione che l’esplosione del ritornello, ai limiti dello shoegaze, contribuisce ad amplificare. C’è un senso di spaesamento psichedelico e di confusione sensoriale in questo brano, senza dubbio legato profondamento ad altre composizioni di Wilson (forse troppo), ma non per questo poco affascinante.
Abandoner si apre dopo le ultime scintille della traccia d’apertura, e si adagia su una base trip hop fortemente debitrice dei Massive Attack, oltre che sui riavvolgimenti della chitarra di Sand Snowman, ospite poco conosciuto ma assolutamente efficace all’economia della canzone, che sembra avvolgersi su se stessa, immersa nei fumi psichedelici e annichilenti che avevano già caratterizzato il brano precedente. I suoni sono curatissimi e cristallini, ma non risultano mai esageratamente artefatti, grazie anche alla cura per gli arrangiamenti, che risultano spesso davvero affascinanti, come nella coda esplosiva della stessa Abandoner, che dopo un ossessivo ripetersi di note in stile codice morse, deflagra in una scia di droni chitarristici e sintetici figli della passione di Wilson per band quali Sunn O))) e Nadja (come già si intuiva dal suo progetto parallelo Continuum).
Lo strisciante e perverso synth che ci introduce in Salvaging è ancora una volta un omaggio alla musica oscura che ultimamente appassiona Wilson, che non risulta patetico nel citare i Nine Inch Nails, essendo in grado di rileggere l’arte di Trent Reznor in modo personale. L’effetto psichedelico della voce, così distante e riverberata, è evidente, ed è rafforzato dall’apatica intonazione e dalla mancanza di forma melodica. Uno stacco strumentale a cavallo tra musica orchestrale da colonna sonora (soluzione che ricorda la coda della canzone Savant degli Oceansize) e post rock, seguita poi da un’esplosione noise, evidenziano la voglia di Wilson di mischiare tutte le sue passioni, in modo libero e poco vincolato alle aspettative dei suoi fans, senza però mai perdere personalità ma anzi rileggendo le innumerevoli citazioni con un’occhio profondamente wilsoniano, cioè legato sempre e comunque alla melodia e alla psichedelia.
Il tempo si ferma, anzi torna indietro. Veneno para las hadas è un passaggio dai sapori ambient, guidato da un basso ossessivo e da poche note di pianoforte. Una citazione evidente (troppo spudorata direi) di un vecchio classico dello stesso Wilson, che in questo brano non riesce a bilanciare l’esile equilibrio che corre nell’intero disco tra rilettura del passato, citazione delle nuove influenze, e novità sperimentali. Un’occasione perduta, per un musicista che, come dimostrano i suoi progetti paralleli a nome Bass Communion, è spesso riuscito a creare tappeti ambient originali e affascinati.
I toni si fanno subito dopo accesi e focosi, e nella lunga No Twilight within the Court of the Sun diventa protagonista la chitarra (suonata, oltre che dallo stesso Wilson, da Mike Outram), che si avvolge e si intreccia tra dissonanze vertiginose, note spezzate e ripartenze fulminee, debitrici dello stile chitarristico di Omar Rodriguez Lopez dei The Mars Volta, ma soprattutto di Robet Fripp. No Twilight within the Court of the Sun è la A Sailor’s Tale di Wilson. Ovviamente non ha la stessa genialità e carica innovativa del brano che i King Crimson hanno pubblicato nel loro bellissimo Islands, ma si dimostra un riuscitissimo episodio di rock progressivo sperimentale. La batteria (suonata nell’intero disco da Gavin Harrison dei Porcupine Tree) scivola liquida e delicata, sempre ricercata nei suoi arrangiamenti, per poi esplodere in una tempesta di energia, dimostrando quanto il batterista sia una pedina fondamentale nell’economia del disco. La struttura contorta ma perfettamente scorrevole del brano, caratterizzato da innumerevoli saliscendi, è il paradigma di un disco complesso ma scorrevole, difficile ma anche immediato, rumoroso e sperimentale ma anche melodico ed orecchiabile. Il finale è tutto dedicato al piano di Jordan Rudess dei Dream Theater, che qui dimostra di non aver perso lo smalto e il gusto melodico di un tempo nonostante la caduta verticale delle ultime produzioni targate Dream Theater.
Dopo circa 25 minuti di musica lontana dalla classica forma canzone, ci imbattiamo nella splendida Significant Other, brano di pop psichedelico chiaramente debitore dei Radiohead di OK Computer. Il ritmo si fa lento e rilassato, l’atmosfera sognante e solare, una spirale discendente della melodia vocale rende però il tutto sottilmente misterioso. L’esplosione del “ritornello” è un varco nel cielo, e prima di trasformarsi in un sibilo sintetico è introdotto dai bellissimi vocalizzi di Clodagh Simmonds dei Fovea Hex, che dimostra ancora una volta la bravura di Wilson nel saper sfruttare pienamente le doti dei suoi ospiti, che non si rendono mai invadenti.
Only Child è un altro brano classicamente rock, caratterizzato da un lento incedere guidato dal basso, e da poche note arpeggiate di chitarra dal sapore psichedelico. Una canzone che scorre senza lasciare particolari impressioni, nonostante interessanti suoni ricchi di eco nella coda finale, che sembrano sgretolare il brano in un mare di feedback che però, purtroppo, non arriva mai.
Si ha l’impressione di essersi impantanati in una formula troppo classica, ma la successiva Twilight Coda, brano strumentale guidato ancora una volta dal piano di Rudess, nonostante l’apparente normalità, nasconde una delicatezza emotivamente coinvolgente che dimostra, ancora una volta, la capacità, propria della musica di Wilson, di evocare grandi spazi.
La forza visiva e cinematografica di questo disco può, per alcuni, risultare un punto debole a causa della sua grande enfasi. Wilson non suggerisce atmosfere, bensì le dipinge chiare e forti. Questo può risultare costruito, poco sincero. Ma dimostra anche il desiderio di creare un’arte immediata (ma non banale), poco incline allo snobismo di tanti artisti sperimentali.
Twilight Coda introduce dolcemente in uno degli episodi maggiormente riusciti, la splendida Get All you Deserve. Nonostante le evidenti influenze, il brano suona wilsoniano al 100%, e non può lasciare indifferenti. Una lunga ed estenuante attesa, caratterizzata da un tono sommesso e poche note di pianoforte, pian piano accompagnate dagli immancabili arpeggi di chitarra riverberati e da cori ipnotici. Il lato intimo, ma sempre profondamente spettacolare e cinematografico, della poetica di Wilson si trova qui. L’attesa si trasforma in nervosismo, prima di esplodere in mille pezzi, in un oceano di feedback e muri impenetrabili di rumori chitarristici e sintetici. Mischiare in maniera così efficace melodia e rumore è il grande successo di Insurgentes, che nonostante alcuni evidenti momenti di calo, e alcune citazioni troppo poco elaborate e personalizzate, si dimostra un’opera riuscita, nel suo scavare nell’anima dell’autore.
Dopo l’apocalisse è il momento della quiete, e la title track è la conclusione perfetta. Il piano si intreccia in maniera sublime con il koto (strumento musicale cinese a 17 corde) suonato da Michiyo Yagi. Il risultato è una bellissima e delicata melodia pop, dolcemente malinconica ma ricca di speranza con il raggio di Sole che squarcia le nuvole, dopo la tempesta.
Se il disco ufficiale finisce con le note di piano della emozionante title track, l’edizione deluxe, pubblicata in anteprima, e presto andata esaurita a causa dell’esiguo numero di copie disponibile, contiene un secondo disco con 5 brani bonus, che non si discostano, come atmosfera e soluzioni tecniche, dai brani del disco principale. Port Rubicon è la perversa apertura. Un brano straordinario che alterna muri di suono impenetrabili a sbilenchi arpeggi di chitarra minimalisti, sui quali la voce di Wilson bisbiglia sofferente. Un episodio davvero interessante che avrebbe meritato una posizione di rilievo tra le dieci canzoni del disco madre. Puncture Wound riporta il tutto sui binari della classica forma canzone, talmente classica da risultare praticamente una citazione di A Forest dei The Cure. Il pezzo scorre bene, grazie anche a degli ottimi suoni sintetici, e la melodia è coinvolgente, nella sua rilettura oscura del pop psichedelico, ma la citazione è troppo evidente, quasi stucchevole. Collecting Spaces porta un raggio di Sole. 5 minuti di musica strumentale molto affascinante e piacevole, basata su un intreccio caleidoscopico di chitarre e pianoforte. Pur non essendo un brano memorabile, è sicuramente un passaggio ben riuscito. Troviamo poi una rilettura del brano che da il nome all’album (e che chiude il disco madre). Una nuova versione che cerca di ricreare l’atmosfera mistica della cattedrale di San Bartolomeo a Brighton, nella quale è stata registrata. In questo caso, anziché chiudersi nell’intimità come avviene nel brano gemello, la musica si spalanca verso spazi sconfinati. Chitarre e synth gridano nell’aria, ma non hanno la forza del koto, e il brano si dimostra meno affascinante della versione originale. Untitled (conosciuta anche come The 78) è l’ultimo respiro del disco. Una base elettronica si intreccia con gli arpeggi di chitarra, ma il brano, nonostante alcune soluzioni interessanti, non decolla mai.
In definitiva il disco bonus si dimostra molto alterno, e forse sarebbe stato meglio se Wilson avesse per un attimo fermato la sua iperproduttività, filtrando le idee buone, ad esempio inserendo Port Rubicon e Collecting Spaces nel disco madre (al posto di qualche episodio sottotono come Veneno para las hadas e Only Child) e accantonando altri brani che, seppur piacevoli, si dimostrano decisamente inferiori alla media.
Insurgentes, disco coraggioso e intimo di un musicista che vede accrescere sempre più il proprio successo, è un’opera nella quale Wilson ha investito gran parte di se stesso. Il risultato da una parte è un’ottimo mix di musica contorta e lineare, sporca e brillante, acida e dolce, rumorosa e melodica. Dall’altro un equilibrio esile sul filo delle citazioni, che per fortuna in rari casi cade nel “già sentito”. Citazioni di se stesso, e di chi lo ha sempre ispirato. Non siamo di fronte ad un disco sperimentale, per cui chi cerca mirabolanti novità si deve rivolgere altrove. Ma è un disco emozionante e originale, che mostra la capacità di sintesi e rielaborazione da sempre caratteristica principe di Wilson. Insurgentes, con i suoi picchi e i suoi (rari, per fortuna) momenti di calo, è un disco che racchiude tutti i pregi e i difetti della poetica di Wilson. Chi lo ama lo segua, non ne rimarrà deluso.
Tra gli arpeggi malinconici, le esplosioni rumoristiche, i crescendo psichedelici e gli stacchi elettronici c’è l’anima del musicista inglese, che, come già sottolineato nell’ultimo disco della sua band madre, cerca di comporre un’opera pura, completamente svincolata dalle logiche superficiali della società attuale. E’ necessaria un’immersione profonda nella musica, che è accompagnata anche da una prestigiosa veste grafica, da Wilson considerata parte integrante dell’opera. Oltre all’edizione normale del disco viene infatti pubblicata un’edizione deluxe con un gran numero di immagini in grande formato, oltre a dischi aggiuntivi in surround 5.1, per amplificare l’effetto avvolgente e psichedelico dell’esperienza. E un filmato, preparato da Lasse Hoile (già autore dell’artwork, insieme a Carl Glover) si sviluppa in parallelo al disco. Un’opera molto pretenziosa e complessa, che ha l’obiettivo di combattere la superficialità che caratterizza la “internet generation”, non solo dal punto di vista artistico/musicale.
Nel contorto percorso che si snoda nell’opera, Wilson abbraccia le varie anime della sua carriera: da quella più sperimentale e legata all’ambient (Veneno para las hadas) e al drone/noise (Get All You Deserve) , a quella intrisa di semplice ma efficace elettronica (Abandoner), fino al prog (No Twilight within the Court of the Sun) e al pop psichedelico (Significant Other). Una carrellata di bozzetti dal sapore psichedelico e onirico, vagamente inquietante e straniante, che il musicista, accompagniato da professionisti del rock progressivo e della musica sperimentale (da Tony Levin a Dirk Serries, da Jordan Rudess a Theo Travis), racconta con la sensibilità di chi affronta i vecchi ricordi e li mescola alle nuove passioni. Per una volta sono messi da parte il metal e i Pink Floyd, per addentrarsi in una rete di nuovi suoni e nuove soluzioni che ultimamente appassionano il musicista inglese.
Caratteristica fondamentale di Insurgentes sono i testi surreali, briciole di pensieri spezzettati che, più che raccontare, evocano immagini. Amplificando quindi l’effetto della musica, i testi contribuiscono a creare visioni di spazi sconfinati, dal sapore classicamente cinematografico.
Le danze si aprono con l’arpeggio di Harmony Korine (il titolo è un omaggio al regista americano, famoso per pellicola altamente sperimentali, come Gummo, che spesso trattano il tema dell’abbrutimento della società e in particolare delle giovani generazioni; e anche il surreale video della canzone è un insieme di citazioni cinematografiche), un richiamo alle tracce d’apertura del recente passato di Wilson (Fear of a Blank Planet dei Porcupine Tree ma anche Once dei Blackfield). L’atmosfera è immediatamente plumbea, gelida, colorata di un grigio senso di disillusione che l’esplosione del ritornello, ai limiti dello shoegaze, contribuisce ad amplificare. C’è un senso di spaesamento psichedelico e di confusione sensoriale in questo brano, senza dubbio legato profondamento ad altre composizioni di Wilson (forse troppo), ma non per questo poco affascinante.
Abandoner si apre dopo le ultime scintille della traccia d’apertura, e si adagia su una base trip hop fortemente debitrice dei Massive Attack, oltre che sui riavvolgimenti della chitarra di Sand Snowman, ospite poco conosciuto ma assolutamente efficace all’economia della canzone, che sembra avvolgersi su se stessa, immersa nei fumi psichedelici e annichilenti che avevano già caratterizzato il brano precedente. I suoni sono curatissimi e cristallini, ma non risultano mai esageratamente artefatti, grazie anche alla cura per gli arrangiamenti, che risultano spesso davvero affascinanti, come nella coda esplosiva della stessa Abandoner, che dopo un ossessivo ripetersi di note in stile codice morse, deflagra in una scia di droni chitarristici e sintetici figli della passione di Wilson per band quali Sunn O))) e Nadja (come già si intuiva dal suo progetto parallelo Continuum).
Lo strisciante e perverso synth che ci introduce in Salvaging è ancora una volta un omaggio alla musica oscura che ultimamente appassiona Wilson, che non risulta patetico nel citare i Nine Inch Nails, essendo in grado di rileggere l’arte di Trent Reznor in modo personale. L’effetto psichedelico della voce, così distante e riverberata, è evidente, ed è rafforzato dall’apatica intonazione e dalla mancanza di forma melodica. Uno stacco strumentale a cavallo tra musica orchestrale da colonna sonora (soluzione che ricorda la coda della canzone Savant degli Oceansize) e post rock, seguita poi da un’esplosione noise, evidenziano la voglia di Wilson di mischiare tutte le sue passioni, in modo libero e poco vincolato alle aspettative dei suoi fans, senza però mai perdere personalità ma anzi rileggendo le innumerevoli citazioni con un’occhio profondamente wilsoniano, cioè legato sempre e comunque alla melodia e alla psichedelia.
Il tempo si ferma, anzi torna indietro. Veneno para las hadas è un passaggio dai sapori ambient, guidato da un basso ossessivo e da poche note di pianoforte. Una citazione evidente (troppo spudorata direi) di un vecchio classico dello stesso Wilson, che in questo brano non riesce a bilanciare l’esile equilibrio che corre nell’intero disco tra rilettura del passato, citazione delle nuove influenze, e novità sperimentali. Un’occasione perduta, per un musicista che, come dimostrano i suoi progetti paralleli a nome Bass Communion, è spesso riuscito a creare tappeti ambient originali e affascinati.
I toni si fanno subito dopo accesi e focosi, e nella lunga No Twilight within the Court of the Sun diventa protagonista la chitarra (suonata, oltre che dallo stesso Wilson, da Mike Outram), che si avvolge e si intreccia tra dissonanze vertiginose, note spezzate e ripartenze fulminee, debitrici dello stile chitarristico di Omar Rodriguez Lopez dei The Mars Volta, ma soprattutto di Robet Fripp. No Twilight within the Court of the Sun è la A Sailor’s Tale di Wilson. Ovviamente non ha la stessa genialità e carica innovativa del brano che i King Crimson hanno pubblicato nel loro bellissimo Islands, ma si dimostra un riuscitissimo episodio di rock progressivo sperimentale. La batteria (suonata nell’intero disco da Gavin Harrison dei Porcupine Tree) scivola liquida e delicata, sempre ricercata nei suoi arrangiamenti, per poi esplodere in una tempesta di energia, dimostrando quanto il batterista sia una pedina fondamentale nell’economia del disco. La struttura contorta ma perfettamente scorrevole del brano, caratterizzato da innumerevoli saliscendi, è il paradigma di un disco complesso ma scorrevole, difficile ma anche immediato, rumoroso e sperimentale ma anche melodico ed orecchiabile. Il finale è tutto dedicato al piano di Jordan Rudess dei Dream Theater, che qui dimostra di non aver perso lo smalto e il gusto melodico di un tempo nonostante la caduta verticale delle ultime produzioni targate Dream Theater.
Dopo circa 25 minuti di musica lontana dalla classica forma canzone, ci imbattiamo nella splendida Significant Other, brano di pop psichedelico chiaramente debitore dei Radiohead di OK Computer. Il ritmo si fa lento e rilassato, l’atmosfera sognante e solare, una spirale discendente della melodia vocale rende però il tutto sottilmente misterioso. L’esplosione del “ritornello” è un varco nel cielo, e prima di trasformarsi in un sibilo sintetico è introdotto dai bellissimi vocalizzi di Clodagh Simmonds dei Fovea Hex, che dimostra ancora una volta la bravura di Wilson nel saper sfruttare pienamente le doti dei suoi ospiti, che non si rendono mai invadenti.
Only Child è un altro brano classicamente rock, caratterizzato da un lento incedere guidato dal basso, e da poche note arpeggiate di chitarra dal sapore psichedelico. Una canzone che scorre senza lasciare particolari impressioni, nonostante interessanti suoni ricchi di eco nella coda finale, che sembrano sgretolare il brano in un mare di feedback che però, purtroppo, non arriva mai.
Si ha l’impressione di essersi impantanati in una formula troppo classica, ma la successiva Twilight Coda, brano strumentale guidato ancora una volta dal piano di Rudess, nonostante l’apparente normalità, nasconde una delicatezza emotivamente coinvolgente che dimostra, ancora una volta, la capacità, propria della musica di Wilson, di evocare grandi spazi.
La forza visiva e cinematografica di questo disco può, per alcuni, risultare un punto debole a causa della sua grande enfasi. Wilson non suggerisce atmosfere, bensì le dipinge chiare e forti. Questo può risultare costruito, poco sincero. Ma dimostra anche il desiderio di creare un’arte immediata (ma non banale), poco incline allo snobismo di tanti artisti sperimentali.
Twilight Coda introduce dolcemente in uno degli episodi maggiormente riusciti, la splendida Get All you Deserve. Nonostante le evidenti influenze, il brano suona wilsoniano al 100%, e non può lasciare indifferenti. Una lunga ed estenuante attesa, caratterizzata da un tono sommesso e poche note di pianoforte, pian piano accompagnate dagli immancabili arpeggi di chitarra riverberati e da cori ipnotici. Il lato intimo, ma sempre profondamente spettacolare e cinematografico, della poetica di Wilson si trova qui. L’attesa si trasforma in nervosismo, prima di esplodere in mille pezzi, in un oceano di feedback e muri impenetrabili di rumori chitarristici e sintetici. Mischiare in maniera così efficace melodia e rumore è il grande successo di Insurgentes, che nonostante alcuni evidenti momenti di calo, e alcune citazioni troppo poco elaborate e personalizzate, si dimostra un’opera riuscita, nel suo scavare nell’anima dell’autore.
Dopo l’apocalisse è il momento della quiete, e la title track è la conclusione perfetta. Il piano si intreccia in maniera sublime con il koto (strumento musicale cinese a 17 corde) suonato da Michiyo Yagi. Il risultato è una bellissima e delicata melodia pop, dolcemente malinconica ma ricca di speranza con il raggio di Sole che squarcia le nuvole, dopo la tempesta.
Se il disco ufficiale finisce con le note di piano della emozionante title track, l’edizione deluxe, pubblicata in anteprima, e presto andata esaurita a causa dell’esiguo numero di copie disponibile, contiene un secondo disco con 5 brani bonus, che non si discostano, come atmosfera e soluzioni tecniche, dai brani del disco principale. Port Rubicon è la perversa apertura. Un brano straordinario che alterna muri di suono impenetrabili a sbilenchi arpeggi di chitarra minimalisti, sui quali la voce di Wilson bisbiglia sofferente. Un episodio davvero interessante che avrebbe meritato una posizione di rilievo tra le dieci canzoni del disco madre. Puncture Wound riporta il tutto sui binari della classica forma canzone, talmente classica da risultare praticamente una citazione di A Forest dei The Cure. Il pezzo scorre bene, grazie anche a degli ottimi suoni sintetici, e la melodia è coinvolgente, nella sua rilettura oscura del pop psichedelico, ma la citazione è troppo evidente, quasi stucchevole. Collecting Spaces porta un raggio di Sole. 5 minuti di musica strumentale molto affascinante e piacevole, basata su un intreccio caleidoscopico di chitarre e pianoforte. Pur non essendo un brano memorabile, è sicuramente un passaggio ben riuscito. Troviamo poi una rilettura del brano che da il nome all’album (e che chiude il disco madre). Una nuova versione che cerca di ricreare l’atmosfera mistica della cattedrale di San Bartolomeo a Brighton, nella quale è stata registrata. In questo caso, anziché chiudersi nell’intimità come avviene nel brano gemello, la musica si spalanca verso spazi sconfinati. Chitarre e synth gridano nell’aria, ma non hanno la forza del koto, e il brano si dimostra meno affascinante della versione originale. Untitled (conosciuta anche come The 78) è l’ultimo respiro del disco. Una base elettronica si intreccia con gli arpeggi di chitarra, ma il brano, nonostante alcune soluzioni interessanti, non decolla mai.
In definitiva il disco bonus si dimostra molto alterno, e forse sarebbe stato meglio se Wilson avesse per un attimo fermato la sua iperproduttività, filtrando le idee buone, ad esempio inserendo Port Rubicon e Collecting Spaces nel disco madre (al posto di qualche episodio sottotono come Veneno para las hadas e Only Child) e accantonando altri brani che, seppur piacevoli, si dimostrano decisamente inferiori alla media.
Insurgentes, disco coraggioso e intimo di un musicista che vede accrescere sempre più il proprio successo, è un’opera nella quale Wilson ha investito gran parte di se stesso. Il risultato da una parte è un’ottimo mix di musica contorta e lineare, sporca e brillante, acida e dolce, rumorosa e melodica. Dall’altro un equilibrio esile sul filo delle citazioni, che per fortuna in rari casi cade nel “già sentito”. Citazioni di se stesso, e di chi lo ha sempre ispirato. Non siamo di fronte ad un disco sperimentale, per cui chi cerca mirabolanti novità si deve rivolgere altrove. Ma è un disco emozionante e originale, che mostra la capacità di sintesi e rielaborazione da sempre caratteristica principe di Wilson. Insurgentes, con i suoi picchi e i suoi (rari, per fortuna) momenti di calo, è un disco che racchiude tutti i pregi e i difetti della poetica di Wilson. Chi lo ama lo segua, non ne rimarrà deluso.
martedì, febbraio 10, 2009
Death - Human
1991. Mentre il death metal esplode con tutta la sua violenza superando i limiti dell'underground, Chuck Schuldiner, uno dei fautori di questa rivoluzione, partorisce un'opera che ridestruttura le regole della musica estrema. Nato interamente dalla mente di Chuck (voce e chitarra), Human non è soltanto un'allucinata caduta nelle atmosfere marce e malate classiche del genere, è anche un percorso musicale asfissiante, che con creatività diverge per diventare un gioiello nero incastonato in una carriera caratterizzata da continue metamorfosi artistiche, e che qui trova il suo maggiore e più fondamentale punto di svolta. Human esce dai clichè splatter del genere per incollare l'ascoltatore in un incubo profondo e vorticoso sulla condizione umana. I testi riescono a disegnare strazianti visioni, guidati dalla musica che si avvale di un'invidiabile dose di tecnica (grazie anche all'incredibile line-up, Masvidal e Reinert, rispettivamente chitarrista e batterista dei Cynic e Steve Di Giorgio, bassista dei Sadus che anche in futuro collaborerà con Schuldiner) che rende il lavoro strutturalmente complesso e di una sensibilità che non ha eguali. Ripartenze velocissime dopo stranianti controtempi e decelerazioni oscure come il fondo dell'abisso colorano di nero quest'intensissimo percorso, che alterna, con aggressività, interessanti riflessioni sulla maschera che ricopre il volto spirituale di ognuno di noi e semplici sensazioni di rabbia di fronte alla negazione di una morte liberatoria(e quindi la negazione di una libertà di scelta, negazione di vita?!), tra agghiaccianti domande sulla depressione che entra in noi (when did the end begin?) e sull'ignoranza che rende il nostro prossimo incapace di comunicare, nascondendosi dietro patetiche finzioni. Ma gli attacchi frontali dei Death sono interiorizzati attraverso una sofferenza lacerante, come se fossero diretti alle stesse sorgenti che li generano. Così, quando inizia il viaggio con “Flattening of Emotions”, il crescendo di batteria sale dentro le vene, accompagnato da uno sbilenco riff di chitarre dalle accordature abbassate, prima di esplodere in mille domande, violente, acide, glaciali. I ritmi si rallentano, su un tappeto di potenza inaudita, nella seguente “Suicide Machine”, che tra fraseggi sdoppiati e dissonanti si intreccia con riff scuri e malefici, prima di approdare in altre, inevitabili, cicliche esplosioni di furia. Trentacinque minuti senza tregua, nei quali violenti momenti riflessivi illuminano il disco di un'anima palpitante (indimenticabile il break ondulante di “Secret Face”) e un breve lampo strumentale (“Cosmic Sea”) penetra sottopelle per raggiungere i recessi più profondi, scuotendo con forza di fronte ad un'opera che, insieme ai dischi di Carcass, Atheist, Cynic segnerà la strada verso una visione sempre più sperimentale e progressiva del metal.
Death - Suicide Machine
Controlling their lives
Deciding when and how they will die
A victim of someone elses choice
The ones who suffer have no voice
Manipulating destiny
When it comes to living, no one seems to care
But when it comes to wanting out
Those with power, will be there
Prolong the pain
How long will it last?
Suicide machine
A request to die with dignity
Is that too much to ask?
Suicide machine
How easy it is to deny the pain
Of someone elses suffering
Robbed of natural abilities
In death they now seek tranquility
In a confused state of mind
Extending agony, they must be blind
Manipulating destiny
When it comes to living, no one seems to care
But when it comes to wanting out
Those with power, will be there
Prolong the pain
How long will it last?
Suicide machine
A request to die with dignity
Is that too much to ask?
Suicide machine
mercoledì, dicembre 24, 2008
Opeth - Ghost reveries

Gli Opeth provengono dal grande successo di pubblico di Damnation ma anche dalle critiche feroci dei fans storici che iniziano a considerarli ormai sulla via della "svendita artistica". La band continua per la propria strada fregandosene di entrambe le correnti di pensiero e compone un bellissimo disco, originale e moderno, ma profondamente ancorato al passato della band. Si percepisce un maggior gusto per la melodia, e soprattutto una profonda influenza per quel prog settantiano che da sempre appassiona Akerfeldt e compagni. Per amplificare questa esigenza, nel gruppo entra in pianta stabile il tastierista Per Wiberg che, senza cadere in banali arrangiamenti orchestrali classici del peggior metal gotico, ricama bilanciatissime e mai invadenti note dal sapore leggermente psichedelico. Il lavoro di Wiberg, pur non essendo di primo piano, si dimostra fondamentale per la perfetta riuscita dell'opera (prodotta dallo stesso Akerfeldt, e non da Steven Wilson, come era invece accaduto per i tre dischi precedenti).
Già dalla prima canzone (Ghost of Perdition) si percepiscono le principali novità. Fin da subito, infatti, la musica suona molto moderna con riff potenti ma soprattutto energici e ricchi di groove (meno pesanti e classicamente metal) e atmosfere che, grazie al calibrato lavoro di tastiera, disegnano dipinti misteriosi e oscuri, che anzichè aprirsi in scenari di umide foreste o brughiere nebbiose, rappresentano colossali cattedrali gotiche, all'interno delle quali si respira un'aria affascinante, misteriosa e per certi versi mistica. C'è un senso di antico, di vissuto, di qualcosa di nascosto, continuamente da scoprire. Le melodie della voce suonano nuove e mai banali, l'energia è trascinante, le parti acustiche sono molto evocative. L'unico difetto è l'eccessiva somiglianza del riff toolico con il gruppo di Maynard. Per il resto il brano è memorabile.The Baying of the Hounds: il ritmo incalzante dell'intro, guidato dagli eccellenti contrappunti tastieristici, dimostrano ancora un allontanamento dal metal, e un evidente richiamo agli anni 70. L'atmosfera si fa leggermente più luminosa, come se bagliori di luce penetrassero dalle vetrate della cattedrale disegnando mutevoli traettorie con la polvere sospesa. Nella parte centrale, con un bellissimo break melodico, si percepisce chiaramente tale malinconia, per certi versi rilassante e pacificatrice. Ancora una volta ottime melodie vocali, e originale struttura della canzone che, seppur complessa, suona scorrevole e fluida.Beneath the Mire: chitarre e tastiera dialogano ancora. C'è molto spazio per la melodia e la canzone non è particolarmente pesante o oscura. C'è una palpabile speranza. Ancora un bellissimo break centrale guidato dalla tastiera (che richiama gli Yes). Il finale è uno stranissimo passaggio acquatico che ricorda i Porcupine Tree.Atonement: quarta canzone, quarto gioiello. Nessun momento di calo fino ad ora. Le atmosfere si fanno ancor più delicate e avvolgenti. E' una sorta di intermezzo spirituale di una bellezza abbagliante. Fraseggi melodici, percussioni che amplificano un andamento ipnotico creato da una semplice melodia vocale (voce effettata) e un bel coro. Potrebbe essere una canzone dei Porcupine Tree. Finale di piano da lacrime. Poi c'è il bell'intro alla canzone successiva...Reverie/ Harlequin Forest: una delle migliori mai composte dalla band. Trasmette una sensazione di rallentamento spazio-temporale davvero particolare. Si ha come la sensazione che tutto scorra velocemente ma che sfugga dalle mani. Come avere gli occhi spalancati e vedere solo un movimento fluido e lento, molto rilassante, mentre si capisce benissimo che tutto è frenetico, ma che scorre su un altro piano, e non si riesce a cogliere tale velocità. Forse per il dinamico lavoro di Lopez, (che anche in questo disco dimostra un tocco sopraffino e unico, che Axenrot non riuscirà certamente ad avvicinare, pur facendo un ottimo lavoro nel disco successivo) che si contrappone con la melodia vocale rallentata e gli strani fraseggi di chitarra. Lo stacco centrale è ancora una volta molto intimo e delicato (poche note, bellissimi suoni). C'è una pace in quel passaggio che solleva, fa galleggiare, per poi (grazie al meraviglioso fraseggio di chitarra) apre, dilata, annulla. La seconda parte, dapprima liquida poi distorta, infine ritmica (con una nota modulata continua) richiama i primissimi Opeth, ma con meno irruenza e una maggiore maturità. E' uno degli apici della carriera della band insomma, capolavoro totale.Hours of Wealth: bell'arpeggio evocativo, per certi versi spirituale (forse anche per il gusto onirico, tra l'altro presente spesso nel disco - e quasi assente in Watershed, molto più epico-). Molto originale lo stacco, con la melodia vocale quasi soul. Ammetto però che certi passaggi (già presenti qua e la nelle prime canzoni) mi suonano parecchio strani e non riesco a digerirli fino in fondo. L'assolo è delicatissimo, da pelle d'oca.... Una canzone "silenziosa" e "timida", che ben descrive la spiritualità del disco, a tratti molto intimo, a tratti maestosamente mistico.The Grand Conjuration: ecco la canzone che abbassa notevolmente la media (e per certi versi anticipa la freddezza del disco successivo). Basata su un riff diretto e orecchiabile, pur mostrando alcune interessanti ritmiche molto moderne, e un bel passaggio melodico, trasmette poco o nulla. Suona banale e superflua, forse la canzone più brutta nella carriera della band.Isolation Years: per fortuna nel finale si torna ad alti livelli. Un breve e intenso gioiello. Musica notturna, passionale e drammatica, come il fuoco di una candela.
Chiude in maniera perfetta (lacrime agli occhi) un disco eccezionale che, anche senza inventure nulla, si dimostra originale ed emotivamente intensissimo, e che mostra una nuova direzione per la band (anche se poi il disco successivo non seguirà tale percorso). La valutazione complessiva cade però verso il basso a causa di The Grand Conjuration, canzone assolutamente al di sotto degli standard della band. Per fortuna risulta essere un episodio isolato all'interno di un disco coraggioso e molto emozionante.
martedì, dicembre 23, 2008
Opeth - Watershed

Gli Opeth tornano sulle scene dopo un vero e proprio terremoto interno. Il batterista Martin Lopez ha abbandonato la band lasciando il posto al bravo, ma molto meno "caldo" Martin Axenrot. Anche Peter Lindgren non c'è più, al suo posto il virtuoso Fredrik Akesson. Per molti fans c'è il rischio che la band abbandoni quel caldissimo suono d'ispirazione prog per gettarsi a capofitto nel prog-metal ultratecnico. E in effetti il gruppo svedese abbandona le atmosfere crepuscolari, facendo respirare un'aria diversa, più epica e pomposa. Il tastierista Per Wiberg si conferma fondamentale nel mantenere il suono caldo e avvolgente, con i suoi spunti sottilmente psichedelici, ma forse non basta. Il disco si dimostra un'opera riuscita a metà, a cavallo tra due pulsioni. Alcuni lo definirebbero un disco di transizione, altri l'inizio della fine. E' certo che dopo tanti anni al vertice, con un paio di capolavori che hanno davvero sconvolto il mondo del metal (e non solo) non si può accusare Akerfeldt (che doveva tra l'altro ricostruire il gruppo) di aver perso l'ispirazione. Se tutti i gruppi che hanno perso l'ispirazione suonassero così....
Si parte con Coil, canzone avviata da un bell'arpeggio, ma appesantita da una melodia vocale davvero insignificante. Il pezzo scorre ma non lascia il segno, e quando arriva la voce femminile si cade nel gotic-metal dozzinale. Decisamente trascurabile.Con Heir Apparent, invece, i nostri orecchi si spalancano. Potente e intricata, brilla per violenza assassina (bellissima l'accelerazione death metal, una cosa che mancava nella loro musica). Una classica canzone Opeth anche se l'atmosfera che si respira è molto lontana da gli affascinanti e romantici quadri dei dischi passati, che parlavano di boschi e nebbia. E' il primo esempio di quello che possiamo definire prog metal, in quanto l'atmosfera che si respira è incredibilmente epica e grandiosa, più che intima come in passato. Questo è un pò stemperato dagli ottimi spunti tastieristici, che rendono le melodie meno spigolose e compresse. Il lavoro di Wiberg si dimostra la marcia in più del disco, in quanto il suo apporto risulta senza dubbio la cosa più originale dell'opera (sviluppando un discorso intrapreso e accennato nel disco precedente). Si prosegue con The Lotus Eater,bella novità con un incredibile groove. Proprio l'energia di questo pezzo lo rendono sempre interessante. Non avrà la forza dirompente della parte finale di Ghost of Perdition (per certi versi affine) ma è un ottimo brano con rallentamenti improvvisi e accelerazioni che formano muri di suono (bellissimi certi momenti con doppia cassa e accordi di chitarra distorta). Ottimo lo stacco melodico verso metà. Ad un certo punto c'è una parte ritmata che richiama direttamente i Dream Theater, e per molti fans risulterà davvero fuori luogo (nonostante sia comunque divertente). E' una canzone comunque originale che sembra indicare una nuova strada per la band...vedremo se è solo un esperimentooppure la base per uno stile da affinare in futuro. Burden è il classico lentone epico. Molto epico. Forse troppo epico. Le melodie sono piacevoli (nonostante l'inizio di piano non brilli per originalità...basti ascoltare l'intro di The Loom dei Bark Psychosis) ma inserite in una struttura quadrata e precisa, con tanto di assolo settantiano proprio dove te lo aspetteresti. Non fa quindi gridare al miracolo, ma risulta comunque una bella canzone. Il finale (prima della parte scordata, davvero interessante ) è una rilettura in chiave "prog-metal" dei King Crimson. Non c'è quell'intimità di altri lentoni della band. Ma in generale, in tutto il disco non c'è tale intimità.Porcelain Heart è una sorta di nuova The Grand Conjuration (che però era meno riuscita, senza dubbio). C'è un bel riff immediato che entra subito nella testa dell'ascoltatore (anche questo caratterizzato da un'atmosfera molto epica e grandiosa), poi c'è spazio per i classici stacchi soft...insomma tutte le caratteristiche della band anche se spogliate della classica poetica. Sarà il modo di cantare di Mikael,che sembra un pò troppo impostato, sarà l'atmosfera molto pomposa, sarà la struttura poco scorrevole ai limiti del copia-incolla...comunque sia...questa sembra una canzone costruita. Fredda e poco affascinante (nonostante alcuni ottimi spunti di tastiera e un bel fraseggio ciclico-ipnotico di chitarra), è un pezzo davvero trascurabile che fa venire il dubbio che Mikael si sia un pò adagiato sugli allori componendo musica di mestiere, senza anima.Ma poco dopo il livello si alza, con Hessian Peel, che sembra approfondire ed elaborare certi spunti soul dei vocalizzi del disco precedente. Questa canzone risulta calda e poetica, anche se nel finale, con una valanga di riff ipercomplessi, risulta un pò stucchevole. Non sono evidenti picchi e passaggi memorabili, ma è una canzone interessante. I passaggi sinfonici sono l'ennesimo esempio di prog metal e riportano l'atmosfera verso lidi maggiormente epici (mentre in molti passaggi c'è un'atmosfera "campestre" e intima per certi versi avvicinabile agli anni 70). Curioso il riavvolgimento della voce. Meno bello l'assolo a mille all'ora (anche se non è brutto, sia chiaro...però per gli standard degli Opeth, che con i loro assoli sempre particolarissimi si dimostravano davvero unici, è un pò una caduta). Hex Omega è una lettura psichedelica e doom della musica degli Opeth, e si dimostra davvero originale ed interessante. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una canzone complessa che alterna varie anime in continuazione, ma questa volta il tutto scorre molto fluido e affascinante. L'atmosfera è avvolgente, e tornano alla mente le migliori composizioni della band.
Una perla finale che eleva il livello di un disco altrimenti troppo incostante, che rischia di cadere da un momento all'altro nel mare delle banalità, ben lontano dai poetici e affascinanti lavori precedenti. Forse non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio passo falso, ma solo ad un disco di transizione, cosa per altro comprensibile visti i notevoli cambiamenti in seno alla band. Il disco in definitiva risulta bello e avvincente, ma certe cadute madornali, rarissime nella carriera della band, fanno davvero storcere il naso (considerando soprattutto lo standard dei lavori del gruppo)
Si parte con Coil, canzone avviata da un bell'arpeggio, ma appesantita da una melodia vocale davvero insignificante. Il pezzo scorre ma non lascia il segno, e quando arriva la voce femminile si cade nel gotic-metal dozzinale. Decisamente trascurabile.Con Heir Apparent, invece, i nostri orecchi si spalancano. Potente e intricata, brilla per violenza assassina (bellissima l'accelerazione death metal, una cosa che mancava nella loro musica). Una classica canzone Opeth anche se l'atmosfera che si respira è molto lontana da gli affascinanti e romantici quadri dei dischi passati, che parlavano di boschi e nebbia. E' il primo esempio di quello che possiamo definire prog metal, in quanto l'atmosfera che si respira è incredibilmente epica e grandiosa, più che intima come in passato. Questo è un pò stemperato dagli ottimi spunti tastieristici, che rendono le melodie meno spigolose e compresse. Il lavoro di Wiberg si dimostra la marcia in più del disco, in quanto il suo apporto risulta senza dubbio la cosa più originale dell'opera (sviluppando un discorso intrapreso e accennato nel disco precedente). Si prosegue con The Lotus Eater,bella novità con un incredibile groove. Proprio l'energia di questo pezzo lo rendono sempre interessante. Non avrà la forza dirompente della parte finale di Ghost of Perdition (per certi versi affine) ma è un ottimo brano con rallentamenti improvvisi e accelerazioni che formano muri di suono (bellissimi certi momenti con doppia cassa e accordi di chitarra distorta). Ottimo lo stacco melodico verso metà. Ad un certo punto c'è una parte ritmata che richiama direttamente i Dream Theater, e per molti fans risulterà davvero fuori luogo (nonostante sia comunque divertente). E' una canzone comunque originale che sembra indicare una nuova strada per la band...vedremo se è solo un esperimentooppure la base per uno stile da affinare in futuro. Burden è il classico lentone epico. Molto epico. Forse troppo epico. Le melodie sono piacevoli (nonostante l'inizio di piano non brilli per originalità...basti ascoltare l'intro di The Loom dei Bark Psychosis) ma inserite in una struttura quadrata e precisa, con tanto di assolo settantiano proprio dove te lo aspetteresti. Non fa quindi gridare al miracolo, ma risulta comunque una bella canzone. Il finale (prima della parte scordata, davvero interessante ) è una rilettura in chiave "prog-metal" dei King Crimson. Non c'è quell'intimità di altri lentoni della band. Ma in generale, in tutto il disco non c'è tale intimità.Porcelain Heart è una sorta di nuova The Grand Conjuration (che però era meno riuscita, senza dubbio). C'è un bel riff immediato che entra subito nella testa dell'ascoltatore (anche questo caratterizzato da un'atmosfera molto epica e grandiosa), poi c'è spazio per i classici stacchi soft...insomma tutte le caratteristiche della band anche se spogliate della classica poetica. Sarà il modo di cantare di Mikael,che sembra un pò troppo impostato, sarà l'atmosfera molto pomposa, sarà la struttura poco scorrevole ai limiti del copia-incolla...comunque sia...questa sembra una canzone costruita. Fredda e poco affascinante (nonostante alcuni ottimi spunti di tastiera e un bel fraseggio ciclico-ipnotico di chitarra), è un pezzo davvero trascurabile che fa venire il dubbio che Mikael si sia un pò adagiato sugli allori componendo musica di mestiere, senza anima.Ma poco dopo il livello si alza, con Hessian Peel, che sembra approfondire ed elaborare certi spunti soul dei vocalizzi del disco precedente. Questa canzone risulta calda e poetica, anche se nel finale, con una valanga di riff ipercomplessi, risulta un pò stucchevole. Non sono evidenti picchi e passaggi memorabili, ma è una canzone interessante. I passaggi sinfonici sono l'ennesimo esempio di prog metal e riportano l'atmosfera verso lidi maggiormente epici (mentre in molti passaggi c'è un'atmosfera "campestre" e intima per certi versi avvicinabile agli anni 70). Curioso il riavvolgimento della voce. Meno bello l'assolo a mille all'ora (anche se non è brutto, sia chiaro...però per gli standard degli Opeth, che con i loro assoli sempre particolarissimi si dimostravano davvero unici, è un pò una caduta). Hex Omega è una lettura psichedelica e doom della musica degli Opeth, e si dimostra davvero originale ed interessante. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una canzone complessa che alterna varie anime in continuazione, ma questa volta il tutto scorre molto fluido e affascinante. L'atmosfera è avvolgente, e tornano alla mente le migliori composizioni della band.
Una perla finale che eleva il livello di un disco altrimenti troppo incostante, che rischia di cadere da un momento all'altro nel mare delle banalità, ben lontano dai poetici e affascinanti lavori precedenti. Forse non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio passo falso, ma solo ad un disco di transizione, cosa per altro comprensibile visti i notevoli cambiamenti in seno alla band. Il disco in definitiva risulta bello e avvincente, ma certe cadute madornali, rarissime nella carriera della band, fanno davvero storcere il naso (considerando soprattutto lo standard dei lavori del gruppo)
Vedremo ciò che ci riserverà il futuro.
domenica, aprile 29, 2007
10000 days: un anno dopo

Un anno fa usciva 10000 days, quarto disco della band californiana (se si esclude l'ep Opiate) che, più di molte altre,mi ha sconvolto in profondità. Un anno dopo, raccolgo alcune idee, su uno dei dischi più attesi degli ultimi tempi.
10000 days ha il compito di liberarsi del pesantissimo fardello del precedente capolavoro, quel catartico, illuminato, etereo fascio di arte chiamato Lateralus. E per farlo scende sulla terra. Non sulla melma nera, angosciosa e violenta di Aenima, ma nella dolce oscurità dell'anima. Chi, come me, aspettava un disco che si spingesse oltre l'infinito, rimarrà spiazzato. Bisogna lasciar perdere ogni aspettativa, ogni idea precostituita, e lasciarsi travolgere e sommergere. Così si potrà entrare in questo tunnel, infinita ripetizione di volti, e specchiarsi nel dolore. Perchè 10000 days è una toccante ed emotiva opera sul dolore. Dolore psicologico strettamente legato al dolore fisico: la morte di una madre, costretta per 27 anni alla paralisi forzata. L'opera ruota intorno alla suite progressiva di 17 minuti, composta da Wings for Marie (Part I) e 10000 days (Wings Part II), sofferta e drammatica cavalcata, dai toni epici ma mai troppo melodrammatici, incredibilmente ancorata al mondo delle lacrime, ma anche a quello degli occhi che le producono. 17 minuti di pioggia, che costituiscono uno dei picchi della carriera della band, anche dal punto di vista formale. Prendendo insegnamento tanto dal rock progressivo più evocativo, principalmente dai colossali Pink Floyd, quanto dal post rock più innovativo, i Tool inseriscono la loro personalità, la loro anima, la loro genialità.Il resto del disco non riesce a mantenere livelli tanto elevati, ma comunque si dimostra un ottimo lavoro. La strada ottimamente intrapresa dalla sopracitata suite, così come dalla fiammeggiante Jambi, vero e proprio macigno rotolante, pesantissimo quanto sfasato e rallentato nell'incedere, che per più di metà si dimostra incredibilmente innovativo, si spezza in alcuni momenti incredibilmente trascinanti ma certamente non rivoluzionari o personali come in passato. La band cerca di scrollarsi di dosso ogni paragone con i dischi precedenti, ma la musica da loro proposta indica, inequivocabilmente, il contrario. La cosa più giusta sarebbe riuscire a calarsi in quest'opera dimenticando ogni impronta lasciata lungo il cammino, ma la cosa risulta impossibile perchè, come in un quadro surreale di Escher, troppo spesso ci ritroviamo di fronte alle tracce dei vecchi passi. Canzoni come Vicarious si sviluppano intorno al concetto di groove, energia libera che scorre, ma solo nella seconda metà si dimostrano all'altezza del nome della band (il vorticoso ed epico finale, anticipato da una spezzatissima onda di voci e da un ironica filastrocca bilanciano un inizio troppo debole e già sentito nel bel mezzo del disco precedente). Intendiamoci, non c'è un attimo di scarso interesse in questo disco, ma spesso salta all'orecchio la mancanza di capacità espressiva che aveva reso i Tool una delle band più importanti del panorama rock (non solo odierno). Manca la personalità accecante delle strutture viscide e spigolose, delle atmosfere oscure e vive, delle deflagrazioni e dei viaggi psichedelici. Cose che un tempo pulsavano e continuamente si rinnovavano. Canzoni come Rosetta Stoned, ironico attacco alla delirante ricerca, effettuata da parte della setta dei fans dei Tool, di una non ben precisata verità che si dovrebbe celare all'interno della musica del gruppo, si dimostra efficace, trascinante e in certi passaggi letteralmente grandiosa (la parte ritmica guidata da un convulso giro di basso, una batteria intricata e orientale e una chitarra gracchiante, che lascia poi spazio all'apertura melodica condotta dalla voce di Maynard, oppure lo stop and go finale degno dei migliori Soundgarden o dei Kyuss, sono tra gli apici del disco), sempre divertente per la sua voglia di frullare citazioni del passato della band, ma forse eccessivamente di maniera (cosa imperdonabile per una band che non si era mai adagiata lungo il suo cammino, ma anzi aveva sempre anticipato tutti lungo la strada, andando a costruirne una propria). La stessa cosa si può dire di Right in Two, essenziale ballata che rimanda agli A Perfect Circle, ma che pecca più volte di una mancanza di personalità (lo spettro di 46&2 è quasi imbarazzante, nel finale), oltre che di divagazione e voglia di osare, nonostante alcuni passaggi davvero intensi dal punto di vista emotivo. I Tool hanno asciugato le strutture, i suoni, le melodie della voce, i riff di chitarra, sono diventati più essenziali, diretti, quadrati, più rock, più metal, meno Tool insomma. C'è ancora un'incredibile energia nella loro musica, e una voglia di parlare di argomenti profondi senza cadere nel patetico, ma la luce fiammeggiante del genio non rimane sempre accesa, nonostante in certi frangenti risulti davvero abbagliante. Ad esempio gli inserti elettronici della bellissima Intension (oscillante, morbida, gonfia, più sintetica e coincisa della vecchia sorella Disposition) costituiscono non solo una notevole novità dal punto di vista formale, ma anche un grandioso mezzo espressivo, e sicuramente potevano essere maggiormente sviluppati nel corso dell'intero disco. The Pot, nella sua assenza di pretese (cosa insolita per i Tool), si dimostra una semplice ma incredibilmente efficace canzone rock, trascinata dall'incredibile lavoro di Justin Chancellor, vero e proprio protagonista del disco, con i suoi travolgenti riff ritmici. Ritmi frenetici e adrenalina, non più danze macabre, tanto lisergiche quanto rabbiose e convulse. Forse non è quello che ci aspettavamo dai Tool del 2006 (i tempi di Undertow dovrebbero esser stati superati) ma il groove della canzone e l'insolito modo di cantare di Maynard compensano ogni idea di involuzione. Involuzione che certamente non ha colpito il già citato Chancellor, che rivoluziona il suo modo di suonare in nome del vortice ritmico che scorre lungo tutto il disco. E se Maynard non è più la voce alienata, spezzata, abrasiva e cattiva di un tempo, ma nonostante questo è emotivamente avvolgente ed empatica, Adam Jones e Danny Carey si dimostrano molto più terreni, semplici, immediati. Meno strati e ricerca sonora, per un risultato diretto ed essenziale, meno psicologico e più fisico, così l'atmosfera che si respira nel corso dell'ascolto è un'aria nuova, viva, brillante, ricca di potenza e schiaffi in faccia, di sussuri dolorosi e risate ironiche nei confronti di tutto e tutti (anche loro stessi). L'ironia è una chiave importante per la lettura di questo disco, e si dimostra diversa da quella già utilizzata in passato dalla band, divenendo parte fondamentale dell'intera opera, quasi a contrapporsi a quel dolore già citato. Forse per allontanarsi da qualsiasi idea di gotica oscurità, tanto profonda quanto costruita a tavolino.
Anche i classici "intermezzi" evidenziano questa ironia: se Viginti Tres e Lipan Conjuring sono deboli e fiacche (e neanche molto divertenti) Lost Keys è una bella intro a Rosetta Stoned, dai toni incredibilmente lisergici, surreali, angoscianti ma anche dementi e volutamente stupidi.
Un artwork kitch, esagerato, quasi per prendersi gioco dei soliti fan-atici, si dimostra un divertente gioco psichedelico. I Tool non rivoluzioneranno il rock che già avevano sconvolto in almeno due occasioni, ma si dimostrano ancora superiori alla media, ancora creativi e con molte cose da dire. Si dimostrano ancora sulla cresta dell'onda. Rimane il rimpianto, perchè anche se non si tratta assolutamente di un passo falso, 10000 days non ha le potenzialità del passato, e il fatto che in alcuni momenti si dimostri all'altezza del nome Tool brucia ancora di più, per quello che sarebbe potuto essere. I Tool sono ancora vivi, e nutrono ancora la voglia di andare oltre, non con effetti speciali legati alla forma, ma con sostanziali rivoluzioni interiori, come quei monumentali 17 minuti, da percorrere all'interno di un tunnel di volti. Speriamo che i Tool riprendano il coraggio di percorrere quel tunnel, e gettarsi in modo convinto e sicuro nell'ignoto.
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