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giovedì, febbraio 21, 2013

Alice in Chains - Dirt (1992)


Nel grido iniziale di Them Bones, che apre Dirt, si nasconde l’orgasmo dopo l’iniezione di eroina e, al tempo stesso, il dolore lancinante della propria sconfitta. Uno dei pochi attimi di ambiguità in un’opera che ben presto crolla nella sporcizia e nella sofferenza, senza possibilità (e volontà) di scampo. In pochi secondi l’oscura progressione metallica trascina le parole di Layne Staley nel  buio più profondo, e rimane soltanto la rabbia a ricordare di esser ancora vivi.  Lucida presa di coscienza di uno stato di autodistruzione prossimo al punto di non ritorno, e nessuna forza (e volontà, ripeto) in grado di sbloccare questo tetro stadio di contemplazione apatica.

E’ il 1992 quando Dirt viene pubblicato, giusto in tempo per cavalcare l’ondata grunge che in quel periodo si sta abbattendo sugli stereo degli adolescenti annoiati dagli eccessi degli anni 80. A quasi venti anni di distanza, Dirt conferma la sua spaventosa forza espressiva, che lo rende uno degli apici assoluti del sound di quegli anni, e un capolavoro al di fuori del tempo e delle mode. Un disco intenso e toccante, senza attimi di tregua nè cali di intensità.

Fin dal brano di apertura veniamo travolti da un  flusso vocale fluttuante e ipnotico, dal sapore morboso, nel quale si miscelano le straordinarie voci di Layne Staley e Jerry Cantrell. Uno sdoppiamento inscindibile che fa rabbrividire per capacità espressiva e che renderà unico il sound del gruppo all’interno del panorama musicale. Questo contribuisce a dipingere melodie in perenne deformazione e dilatazione, in continuo oscillare tra straniamento e angoscia. Dopo la partenza, tanto rabbiosa e ringhiante, quanto agghiacciante nella sua ineluttabilità, l’album propone un altro energico brano composto da Cantrell, Dam that River, un hard rock acido che richiama le atmosfere del primo album, e nel quale si nasconde la volontà di non accettare la forza trascinante dell’eroina, ma anche l’impossibilità di affrontarla. In questa debolezza, e nel suo autocompiacimento, Dirt si riallaccia con forza alla disillusione che ha reso popolare il fenomeno grunge, in contrapposizione all’energia apparentemente incontrastabile esaltata dalla musica degli anni 80. Non secondario il fatto che tale spinta autodistruttiva e disincantata venga proprio da una band che ha profonde radici nel contesto musicale dello street rock e che fin dal primo eccellente album si era imbattuta nei meccanismi della musica mainstream. Che la strada intrapresa dalla band di Seattle sia sempre più distante da quella dei Guns n’ Roses è confermato da Rain when I Day, monumentale brano psichedelico che si apre con una tempesta di blues acido dall’incedere lento e obliquo, eternamente sfilacciato in un mare di riverberi (anche vocali), e prosegue in un fangoso susseguirsi di riff colmi di wah wah. Uno dei punti di forza dell’album è proprio la chitarra di Jerry Cantrell, compressa e chirurgica, che intreccia riff pesanti, a metà tra il metal possente del Black Album dei Metallica e l’hard rock acido, soprattutto negli assoli infuocati, nei fraseggi sdoppiati e nello straordinario utilizzo del wah wah, che amplifica l’effetto oscillatorio e di precario equilibrio dell’intero album. Il baratro allucinatorio viene toccato in Sickman, brano dissonante e schizoide, in cui Staley canta la propria malattia a cavallo di una tetra e sfasata musica da Luna Park, sorta di rilettura malata di I want You (She’s so Heavy) dei Beatles. Vertiginosa perdita di controllo verso una paranoia disturbante, per certi versi simile ad una spirale psichedelica, in cui i colori non sono quelli affascinanti della summer of love, ma accesi e surreali flash di un cattivo viaggio. Siamo di fronte ad una perversa musica per la mente, unica nel suo genere, dai toni schifosamente sinceri e sentiti, tanto quanto i brani più sporchi dei Velvet Underground. I ritmi si placano, e le atmosfere malinconiche di Rooster donano un senso di attesa sottilmente inquietante, anche perché i testi (dedicati da Cantrell a suo padre, veterano della guerra del Vietnam)  sono ancora una volta spaventosi, e nell’esplosione distorta che spezza la struttura della ballata si nasconde l’eco di una bomba, che contribuisce a rendere plumbea l’atmosfera di un album nel quale i raggi di luce sono solo immaginari. Junkhead, con il suo incedere sabbathiano, è il grottesco raggio di luce. Un inno compiaciuto alla propria dipendenza, con  un orgoglio ostentato tanto agghiacciante quanto triste, soprattutto se confrontato con la vergogna cantata nella splendida Dirt. La title track  si apre con un affascinante fraseggio dal sapore orientale e, se musicalmente è una sorta di prosecuzione del brano precedente, dal punto di vista tematico ne è l’antitesi completa. Vergogna, senso di inadeguatezza e incapacità, voglia di morire. La vera e propria fine dell’epoca del sex, drugs & rock n’ roll, attraverso una rilettura personale e moderna della musica catacombale dei primi Black Sabbath. La sofferenza di Layne Staley (che nel 2002 cadrà in quell’abisso dal quale era ossessionato, come Mike Starr nove anni dopo) è intima ma, per certi versi, contagiosa. Forse perché è rimasta una rabbia bruciante e un eco romantico che, seppur disilluso, rende appassionanti, e mai meritevoli di semplice compassione, i versi del cantante.  Godsmack, con la sua voce distorta e i riff metal, è il perfetto passaggio dinamico prima che la delirante e ironica Iron Gland (citazione di Iron Man dei Black Sabbath, con urla di Tom Araya degli Slayer) faccia da ponte per l’alienante Hate to Feel. Tornano le cantilene e le strutture spezzate, le sovrapposizioni melodiche surreali, ipnotiche e ossessive. La voce (e con lei tutta la musica che si intreccia, si sdoppia e si avvolge in essa) è di una spossatezza infinita e probabilmente irrimediabile,  nonostante alcune esplosioni passionali. Vorticosa e disorientante, è uno degli episodi più dissonanti della discografia della band, che se in alcune melodie vocali (e a tratti nel timbro acido di Staley) ricorda i Nirvana, e in alcune soluzioni musicali i Soundgarden, nel complesso suona assolutamente unica all’interno della realtà di Seattle. A dimostrazione di una poetica solo in parte legata all’immaginario grunge, giunge l’inquietante Angry Chair. Spaventoso gioco di specchi, è un bad trip che sfrutta la pesantezza del metal per generare oppressione, con bordate possenti che stravolgono l’idea  di base, mutuata probabilmente dai Melvins, per dipingere uno scenario da incubo, dal gusto repellente. Dopo la ferocia disturbante di Angry Chair, lato oscuro di Staley,  la quiete di Down in a Hole, ad opera di Cantrell, è quasi catartica. La fine del viaggio è in fondo ad una fossa, ma l’immaginario questa volta non è terrificante, bensì drammatico e commovente. Down in a Hole è una poesia martoriata e sofferta, una sorta di Requiem che trova le sue radici nei suoni del bellissimo ep Sap (1992) e che troverà ancora sfogo nelle chitarre acustiche di Jar of Flies (1994). Memorabile ballata romantica considerata, a ragione, uno degli apici della discografia della band. Would?, canzone oscura introdotta da uno straordinario giro di basso di Mike Starr, conclude il viaggio. Un punto interrogativo che lascia aperte le speranze di un ritorno, nonostante il corpo sia alla deriva e le possibilità di volare sembrino ridotte al minimo. Nell’ambiguità finale termina il cammino, uno dei più disturbanti ma anche commoventi mai descritti, continuo dissociarsi e sfocarsi tra, da un lato, la carne, e dall’altro, la mente. Il ricongiungimento non pare possibile, ma in quel punto interrogativo si cela un raggio di luce. Raggio che Layne Staley e Mike Starr non sapranno cogliere, perdendosi per sempre negli stessi incubi protagonisti di Dirt.

mercoledì, febbraio 20, 2013

The Jesus Lizard - Head (1990)

 
 
Lo scheletro dei Jesus Lizard nasce dal blues rumoristico e deviato degli Scratch Acid, band texana nella quale militavano il cantante David Yow e il bassista David Sims, prima di incontrare Steve Albini. L’incontro con Albini ucciderà una delle creature fondamentali del noise rock americano, ma contribuirà a crearne altre, a partire dai Rapeman nei quali conviveranno Albini e Sims, per finire proprio ai Jesus Lizard, dei quali Albini sarà produttore. Abbandonate le derive blues degli Scratch Acid i Lizard abbracciano la sferragliante dissonanza della chitarra di Duane Denison per approdare ad un rock ritmicamente meccanico e quadrato, sul quale si inseguono frammenti di riff spigolosi e arpeggi dissonanti, mentre annega e soffoca la voce perversa e malata di Yow. Abbandonata la drum machine utilizzata nell’ep d’esordio (Pure, 1989), i Lizard, con l’arrivo del batterista McNeilly, costruiscono un disco abrasivo e malato, tanto esaltante per dinamismo ritmico quanto disturbante per destrutturazione melodica. Un disco che nasce dal noise degli anni 80 ma che se ne distacca nettamente per l’assenza di qualsiasi ricerca sperimentale o rabbia hardcore. Head è musica drogata, capace di dilatarsi a dismisura, pur rimanendo nell’ambito di brani di 2-3 minuti, grazie alla capacità straniante degli arpeggi di Denison e all’ossessività dei suoi riff, perfettamente incastonati in una struttura ritmica sempre in movimento ma profondamente  alienante, come una sorta di scheletro joydivisioniano disarticolato. Il disagio e la paranoia che sporcano Head sono viscerali, vissuti, nascono dall’interno della nostra testa e non sono filtrati come potrebbe avvenire per opera di un osservatore esterno.  Yow vomita il vortice che lo ossessiona, un nichilismo disperato che non pretende di essere compreso o condiviso.

lunedì, ottobre 22, 2012

Codeine - Frigid Stars LP (1990)


Estate 1990. In un seminterrato di Brooklyn i tre membri dei Codeine registrano l’album di debutto. La musica che nasce da quello scantinato è desolata, disillusa, stanca. Fiacca il respiro come l’afa estiva, isola e avvolge come la nebbia autunnale, ipnotizza come le luci della metropoli, osservate dal finestrino di un’auto che corre sulla strada bagnata. Intimo e ipnotico, scivola a ritmo lentissimo, nel vuoto di una solitudine che non ha alternative. Un noise rock caratterizzato da arpeggi delicatamente dissonanti, rintocchi ritmici al rallentatore, e avvolgenti squarci di distorsione. Nichilista e stanco, Frigid Stars è un baratro verso il quale siamo tentati di dirigerci, nonostante la paura che è in grado di incutere. Un lavoro complesso, nonostante l’apparente staticità, che segna un profondo distacco anche nei confronti dell’indie rock del quale è figlio. Non ha paura di ricorrere a bagliori epici e commoventi, senza per questo mai cadere nell’enfasi esasperata che ha reso stucchevoli tante ballate rock. Esistenziale e catartico, nella sua semplicità, così come certi dischi di Neil Young e Nick Drake, si discosta da qualsiasi fonte di ispirazione grazie ad una personalità  dirompente, che è dimostrazione della sensibilità della band. Frigid Stars fungerà da ispirazione per tutti i gruppi che, negli anni successivi, si forgeranno del titolo slowcore o post rock, dai Low ai Mogwai, dai Bark Psychosis ai Godspeed You! Black Emperor.

mercoledì, gennaio 11, 2012

Pearl Jam - Vitalogy (1994)

Suicidio.
Un attacco di batteria secco e sporco. Una chitarra acida che graffia un riff dissonante. Musica tesa e nervosa, nella quale appare il fantasma della morte, che da qui in poi non abbandonerà più i solchi di Vitalogy. Frammenti di pensiero, conflittuali, tormentati. Last Exit.
Il suicidio come ultima, anzi unica, manifestazione di libertà in una vita non controllata da noi stessi? Oppure come atto di debolezza di fronte alle pressioni crescenti? O semplicemente ineluttabile?
Ultima e inesorabile uscita da una società ipocrita e malvagia, interessata a sfruttare le sofferenze altrui per nutrire la propria, apparente, forza, spesso penetrando negli spazi intimi con morbosità tale da controllare direttamente le nostre scelte.
I Pearl Jam non cercano compromessi nell’urlare in faccia il loro disagio. Per farlo si affidano ad atmosfere acide, schegge rugginose, immagini fuori fuoco, rabbia incontrollabile. Una poetica disturbante, fino a quel momento sconosciuta, nella discografia della band di Seattle. Not for You incarna alla perfezione la metamorfosi artistica del gruppo, con il suo corpo ringhiante, ed una coda che brilla di ipnotiche dissonanze, degne dei migliori Sonic Youth. Musicalmente spigoloso e sporco, Vitalogy è un disco ulceroso che non lascia spazio ai riff e agli assoli hard rock dei primi due album, tantomeno agli slanci melodici ed epici che hanno contribuito al successo del gruppo. Per certi versi simile a In Utero, come il disco dei Nirvana risente dell’influenza del noise americano degli anni 80 (Jesus Lizard e Pixies soprattutto), come per volersi riavvicinare ad una dimensione musicale indipendente dalle logiche di mercato, e per questo più sincera. La carica psichedelica, dal sapore vagamente noise, caratterizza Tremor Christ, enigmatica canzone che mostra quanto il lato drammatico sia prossimo a quello profondamente romantico, in un disco che come fine ultimo canta la libertà. Se il frammento Pry to è un esplicito richiamo al valore della privacy, Corduroy, splendido brano dai continui crescendo emotivi, approfondisce il tema focalizzando l’attenzione sull’ipocrisia di coloro che penetrano nella vita degli altri. Un elogio della libertà, non soltanto artistica, e una sfida da affrontare a testa alta.
Vitalogy vede la luce alla fine del 1994, anno in cui il fenomeno grunge, al quale i Pearl jam sono stati fin dall’inizio accostati, diventa immortale con il suicidio di Kurt Cobain. Il gesto del leader dei Nirvana è la dimostrazione di sincero disagio che tale stile musicale si trascina appresso, e , inevitabilmente, viene sfruttato economicamente da tutto il mondo dello spettacolo musicale. La morbosa curiosità di una folla in continua ricerca di miti da adorare alimenta il circolo vizioso, e rende sempre più grottesca e surreale la realtà del rock di quegli anni. I Pearl Jam, proprio come i Nirvana, sono tra i fautori di quella restaurazione della poetica rock mainstream in atto nei primi anni 90, sempre più lontana dagli effimeri sogni di trasgressione e libertà degli anni 80. E proprio come i Nirvana, vengono travolti e macinati dalla macchina del business che in pochissimo tempo inscatola le spinte vitali del rock di Seattle per poterlo vendere ad un pubblico di adolescenti, snaturandone quindi completamente le urgenze espressive. Vitalogy nasce in questo contesto, e ne è la perfetta sintesi. Strappo rabbioso nei confronti del passato, è un disco abrasivo, malato e disturbante, che non può non richiamare alla mente il colpo di fucile sparato da Cobain. Da una parte, proprio come questo, è ciò che la massa, e di conseguenza i grandi nomi del mercato musicale, vuole.
Vitalogy è diretto, aggressivo, senza compromessi. Spin the Black Circle, primo singolo tratto dal disco, è un brano violento e tirato, un punk rabbioso che mal si sposa con i precedenti singoli della band e con i trend musicali del momento. Senza contare che inneggia al fascino del vinile (con velati doppi sensi riguardanti l’abuso di eroina), ormai decisamente fuori moda. Abrasivo e ringhiante è anche Whipping, il quale si scaglia contro le forze antiabortiste, tornando alle tematiche sociali dei dischi precedenti.
Tra uno scatto d’ira e un grido disperato, c’è spazio per la malinconia intima delle ballate, orientate sui rapporti interpersonali. Nothingman mostra come i Pearl Jam siano perfettamente in grado di rielaborare la lezione di Neil Young, toccando l’anima con una storia di incomunicabilità e bugie. Un bozzetto semiacustico dalla bellezza abbagliante, al quale fa da contraltare Betterman, vecchia canzone di Vedder scritta ai tempi del suo primo gruppo, che si conclude con un’esplosione epica (una delle poche presenti nell’album) che lo renderà uno dei classici della band, nel corso degli anni.
I momenti riflessivi lasciano più spesso spazio al delirio incontrollabile (come dimostra il booklet, che riprende immagini e frammenti di un vecchio libretto degli anni 20, dedicato a consigli pseudo medici, tanto grotteschi quanto spaventosi per la carica di bigottismo). L’assurda Bugs è degna di Tom Waits in preda a delirium tremens, che, in tono completamente paranoide, richiama ancora una volta il tema dell’invasione nella sfera privata. Le schegge impazzite sono numerose, ma la più spaventosa è forse Mophandlemama, caotico incubo che chiude l’album con feedback chitarristici, frammenti di dialogo e voci distorte, ancora una volta in un’atmosfera kafkiana che culmina negli ennesimi richiami al tema del suicidio. L’ultima uscita per continuare a vivere è la morte?
Nessuna risposta. Solo fotografie sbiadite che galleggiano sulle note della splendida Immortality, istantanee sfocate in cui Vedder lascia fluire i conflitti che lo tormentano, con un’intensità poetica disarmante, apice di una delle opere più significative degli anni 90. Libertà, in fuga dalla società odierna, senza ritorno. L’attrazione dell’oblio è irresistibile. Alcuni muoiono soltanto per vivere.
"La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura." (Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)

sabato, marzo 21, 2009

Dream Theater - Images and Words


Dolci gocce di piano si fondono sulla tavolozza del pittore che, con precisione maniacale, dipinge emozioni, brillanti e lucide, nell'anima dell'ascoltatore. Chitarre veloci sfrecciano nel cielo come angeli, mentre la luce del tramonto colora lunghe scalinate ritmiche, che si avvolgono su se stesse, verso l'infinito. Immagini intense, che continuamente mutano, come biglie che scivolano su una scala a chiocciola, senza arrestarsi mai. I Dream Theater dipingono un'opera totale, e la sensazione che si ha entrando in quest'affresco, è quella di toccare una perfetta scultura di avorio, apparentemente immobile e gelida, ma dotata di un'anima e di una sensibilità palpabile. Così come “Pull me Under”, con i suoi riff rocciosi e potenti e le veloci ripartenze, apre con luminosa ed epica energia questo disco, “Another Day” mostra l'altra faccia della stessa medaglia, tra melodie celestiali e una dolce malinconia non priva di speranza che infiammerà anche il resto del disco. E il calore è una sensazione che entra dentro ad ogni ascolto di questo lavoro, (così come sarà il gelo per il disco seguente,lo stupendo Awake), un calore che sembra espandersi nei bellissimi e commoventi stacchi pianistici di Kevin Moore (autore di una goccia di infinito,”Wait for Sleep”), tastierista ancora rimpianto da molti fans, dopo il suo abbandono, o negli assoli di John Petrucci (indimenticabile il capolavoro solista su “Under a Glass Moon” ), che riesce a coniugare le spaziali melodie di Satriani alla potenza del metal dei primi anni 90 e la ricercatezza e la complessità del rock progressivo. Non è solo la capacità di riprendere le idee di Rush, Yes e Pink Floyd e riadattarle a sonorità più pesanti, ispirandosi a Fates Warning e Queensryche, che rende questo disco (il secondo della band newyorkese) un vero e proprio gioiello, ma è proprio la capacità, che i Dream Theater dimostrano di possedere appieno, di rinnovare (come vuole la definizione di prog) atmosfere e soluzioni musicali. Così questi 5 ragazzi conosciutisi in conservatorio riversano le loro incredibili abilità tecniche in stacchi strumentali di zappiana genialità e sognanti visioni che vibrano di un fuoco interiore che raramente la band riusce negli ultimi anni a ripetere con la stessa intensità (ed originalità). La parte centrale di “Metropolis”, canzone simbolo della band, diventerà un pezzo di storia, grazie anche alle intricate soluzioni ritmiche del batterista Mike Portnoy, vero e proprio trascinatore (anche in sede live). E se il silenzioso John Myung guida con il suo basso i riff poderosi, senza limitarsi al già enorme compito di riempire laddove una sola chitarra non può arrivare, la vera novità è la voce di James LaBrie. Appena entrato nella band, il cantante canadese dimostra un'intensità che si manifesta in tutta la sua grandezza in canzoni come “Surrounded”, dove, insieme a Moore, ci accompagna in un vero e proprio sogno di luce. Una menzione particolare deve, senza dubbio, essere rivolta ai testi che, poetici e surrealmente complessi, affrontano temi difficili come il nostro rapporto con la morte o la solitudine, senza disdegnare frammenti di pensieri e preghiere il cui destinatario è il nostro prossimo, con il quale ci confrontiamo continuamente, fino a rappresentare noi stessi. Il centro dell'opera, infatti, siamo proprio noi, la nostra capacità di amare e di trovare la speranza, in ogni cosa che ci circonda. Images & Words, uscito nel 1992, è un'opera che segnerà profondamente la musica metal (e non solo) e che aprirà la strada ad una band tra le più amate/odiate del panorama rock contemporaneo.

“The way your heart sounds, makes all the difference
it's what decides if you'll endure the pain that we all feel
the way your heart beats, makes all the difference
in learning to live
spread before you is your soul
so forever hold the dreams, within our hearts
through nature's inflexible grace
I'm learning to live”

martedì, febbraio 03, 2009

Ulver - Shadows of the Sun


Il potere del buio.
La forza devastante del silenzio.
L’immenso abbraccio della solitudine.
Shadows of the Sun non è, come potrebbe apparire ad un’immersione superficiale, semplicemente questo.
E’ un flusso in continua evoluzione, solo apparentemente immobile. Incessante, ciclico, infinito. La sua forza giace tanto nelle intense e toccanti melodie, quanto nei particolari. Nove capitoli, da percepire spalancando se stessi, alla ricerca del calore che giace sotto la gelida superficie di questo oceano inesplorato e misterioso.
Un percorso da intraprendere in solitudine, preferibilmente in quei momenti di assoluto abbandono che precedono il sonno, quando il tempo sembra rallentare, fino all’annullamento. Un’intimità profonda che mai prima d’ora, nella musica della band norvegese, si era manifestata con atmosfere tanto avvolgenti. Musicalmente ci troviamo dentro ad un’opera dal sapore atmosferico, ambientale. Una corrente di suoni soffusi, ovattati, a tratti acquatici, a tratti cosmici. Alcune gocce di pianoforte, su una liscia superficie di archi caldissimi come legno. Curatissimi arrangiamenti elettronici, appena percepibili, nella coltre nebbiosa del muro di suono.
E sovrana, ma mai eccessivamente melodrammatica, si erge la voce di Kristoffer Rygg (Garm), a guidarci in questa infinita immersione. Un’immersione che ci porterà ad esplorare gli angoli bui della nostra coscienza. Quegli angoli che ogni essere umano, volente o nolente, dovrà prima o poi affrontare.
Lunghe note di organo ci introducono in un’ambiente illuminato dalla luce del crepuscolo, mentre fili di violino si intrecciano, malinconici. L’utilizzo degli archi, certe volte in veste solista, altre come tappeto, risulta incredibilmente efficace nella sua semplicità e non risulta mai eccessivo. Essi contribuiscono a creare quel muro sonoro annichilente che richiama certa musica cosmica tedesca di quasi quarant’anni fa. Ma i volumi sono soffusi, mai opprimenti e pesanti. La funzione non è quella di ipnotizzare l’ascoltatore, per portarlo in un’altra dimensione, bensì quella di avvolgerlo, facendolo immergere nella meditazione profonda. Le semplici ma forti parole pronunciate da Garm sono la chiave, per superare l’oscurità. La voce è caldissima, profonda, dona ossigeno e distende la mente. Cori profondi, inumani, si fondono con i sintetizzatori, per trasportarci dove non abbiamo mai avuto il coraggio. E da sott’acqua si intravedono le note di un pianoforte, che in punta di piedi guidano la danza melodica. Per alcuni attimi si intravede il suono dei fiati, per lo più sfibrati, stanchi, incredibilmente fisici, con il compito, perfettamente eseguito, di colorare l’opera con intenso calore. Raramente c’è spazio per le percussioni, ma quando queste si liberano dalla stretta del silenzio, risuonano ricche di echi. Non c’è più traccia del trip-hop notturno di Perdition City, né delle sperimentazioni intricate di Blood Inside. In Shadows of the Sun ci sono briciole di ogni esperienza precedente, ma la sensibilità è completamente nuova. Una musica riflessiva, che in certi frangenti si apre in squarci melodici abbaglianti. Musica spaziale, per la sua capacità di evocare ampi spazi fisici, a tre dimensioni, oltre che immensi spazi mentali. E proprio in questi spazi dovremo avventurarci, per affrontare le nostre più profonde e naturali paure, per toccare lo spettro della nostra finitudine.

martedì, ottobre 28, 2008

The Mars Volta - De-Loused in the Comatorium


De-Loused in the Comatorium è una droga. Pesante, ovviamente. Uno sconvolgente trip avvolto su se stesso, una continua esplosione di effetti speciali, una cavalcata sul dorso di un serpente velenoso. Non poteva essere altrimenti. Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez Lopez, dopo aver messo la parola fine ad un promettente giocattolo chiamato At the Drive In, che con Relationship of Command si era dimostrato una delle band di hardcore sperimentale più interessanti degli ultimi anni, cambiano completamente rotta. L’energia rimane immutata, ma è convogliata lungo spirali strumentali, vocalizzi che si arrampicano su ritmi spezzati, frammenti di psichedelica impazzita. Genio e sregolatezza. Questa è l’anima dei The Mars Volta. Melodie orecchiabili dal sapore malinconicamente latino, mentre infuria una battaglia strumentale tra accelerazioni vorticose e sospensioni psichedeliche modernissime, ma dal sapore retrò. Spontaneità viscerale ma anche studio maniacale di ogni frammento. Per seguire questa strada tortuosa la band si ispira ai grandi funamboli della storia. Tra le note di De-Loused in the Comatorium scivolano chiaramente gli Yes in acido e i King Crimson di Red e Larks’ Tongues in Aspic morsi da una tarantola velenosa. Niente di particolarmente nuovo quindi, ma l’energia che la band multietnica riesce ad esprimere (grazie al retroterra hardcore) e la freschezza di certe melodie (grazie alla continua voglia di mischiare generi ed influenze) è davvero unica. E’ da sottolineare anche la loro capacità di accogliere, integrare e sfruttare a pieno la partecipazione di John Frusciante e Flea – rispettivamente chitarrista e bassista dei Red Hot Chili Peppers, una delle band ormai più spiccatamente mainstream del panorama musicale degli ultimi anni. Il viaggio narra un drammatico cammino tra la vita e la morte, un percorso onirico di una persona in coma, continuamente a contatto con personaggi fantastici di un mondo fiabesco, rappresentazioni di se stesso, delle sue opere d’arte e di chi, in vita, gli è stato vicino. Un bad trip allucinogeno, viscido, pieno di flash abbaglianti, urla, risate, rumori… frastuono, silenzio, frastuono. Un delirio dal quale il protagonista si risveglierà, per decidere di gettarsi comunque tra le braccia della morte. Una storia basata sul suicidio di un amico dei due leader del gruppo, un drammatico racconto colorato da macchie di follia e delirio,su uno sfondo di dolore e disillusione. Dopo una breve intro, Inertiatic ESP è la prima stanza di questo castello intricato. L’entrata è energica, veloce, sfrenata, ma al tempo stesso molto melodica, e con un tocco psichedelico che inacidisce l’atmosfera. Le caratteristiche del “suono Mars Volta” sono presenti nella loro interezza, ma siamo solo all’inizio. Non siamo ancora decollati, questo è solo un breve antipasto. Il trip inizia pian piano a fare effetto, e mentre svaniscono gli echi dei Muse impazziti, una nuova esplosione elettrica ci introduce in Roulette Dares (The Haunt Of), caratterizzata da repentini cambi di dinamica, assolutamente fluidi nonostante la frammentarietà delle diverse parti. La capacità dei The Mars Volta di creare climax energici è spaventosa, sembra che ogni nota sia studiata al millimetro per preparare alle inevitabili scariche di adrenalina. Il tutto senza andare minimamente a discapito della spontaneità, vera e propria marcia in più della band. Serpenti velenosi che si avvolgono sempre più stretti, ipnotizzati dai suoni psichedelici ricchi di echi, per poi scaricare la loro forza in convulsioni epilettiche, irrefrenabili. E non dimentichiamo le melodie assolutamente magiche dipinte dai vocalizzi di Cedric, cristallini e potenti (a differenza del passato, quando erano volutamente sporchi e imprecisi, sguaiati e rabbiosi). Poche note, ognuna al suo posto, verrebbe da dire. E invece ci troviamo di fronte ad un fiume di note in piena, ma ogni goccia ci scivola addosso con incredibile naturalezza, e ci colpisce profondamente per la sua elevatissima capacità espressiva. Sarebbe davvero limitante parlare di ogni singola traccia, dato che ci troviamo di fronte ad un lavoro fluido, scorrevole, letteralmente inscindibile, senza un attimo di calo, perfetto dalla prima all’ultima nota, che brilla sia nei momenti romantici e melodici sia in quelli sfrenati e ipercinetici (Eriatarka ne è un ottimo esempio, alternando entrambe le anime dei Mars Volta con un sapiente utilizzo delle dinamiche e della struttura compositiva della canzone). Un disco ricco tanto di psichedelica quanto di rock progressivo, il tutto riletto nell’ottica di un Quentin Tarantino in preda ad allucinazioni. Potrei citare Cicatriz ESP, che con i suoi 12 minuti abbondanti si dimostra una perfetta sintesi del disco, alternando melodie coinvolgenti e immediate ad arrangiamenti complessi, pause ed esplosioni, rallentamenti e accelerazioni, sospensioni liquide e intrecci convulsi. Oppure dedicarmi alla descrizione della bellissima ballata Televators, oppure ancora alla chiusura “elettronico-frippiana” del disco (Take the Veil Cerpin Taxt), caratterizzata da un assolo di chitarra letteralmente lisergico. Ma questa non è musica da descrivere: è musica da ascoltare con l’anima, lasciandosi trasportare dal ritmo e dalla melodia. De-Loused in the Comatorium è una droga. Attraversa il cervello da un’emisfero all’altro. …e provoca dipendenza!

domenica, ottobre 19, 2008

Porcupine Tree - Nil Recurring


Nil Recurring, recente ep della band inglese, è un completamento dell'ultimo album in studio. Quattro tracce che richiamano esplicitamente, sia nella musica che nei testi, Fear of a Blank Planet. La musica è ancora più sbilanciata verso il lato sperimentale e pesante e, in certi frangenti, assume quasi l'aspetto di un remix (o comunque di una versione alternativa dell'originale). Si parte con una vorticosa canzone strumentale, una sorta di jam session spezzata e acida, che richiama deliri psicotici di crimsoniana memoria (guarda caso la chitarra di un certo Robert Fripp è assoluta protagonista), prima di tuffarci nella malinconica Normal, canzone dall'atmosfera opethiana che, dopo aver rielaborato alcuni passaggi della già nota Sentimental, si spalanca in una potentissima esplosione epica prima di avvolgersi in un finale acustico davvero trascinante. Malinconico punto di domanda riguardante le cose che influenzano la nostra vita ma che, in fondo, non sono altro che superficiali modi di nascondersi di fronte ad essa. Cheating the Polygraph, già presentata dal vivo durante il tour del 2006 e inizialmente considerata parte della tracklist di Fear of a Blank Planet, è un brano che alterna melodie soffuse a poderosi riff di matrice metal, oltre che un bell'intermezzo psichedelico guidato da Barbieri. Ma il vero capolavoro è la conclusiva What Happens Now?, non solo per il testo semplicissimo ma incredibilmente intenso, ma soprattutto per un'atmosfera di sospensione quasi metafisica che scivola liquidamente tra tappeti eterei e ritmi psichedelico-ipnotici che si avvolgono a spirale con maestosa epicità. I richiami ad Anesthetize sono evidenti, così come a vecchi classici della band come The Sky Moves Sideways, e in questo gioco di sintesi e rielaborazione la band mostra la capacità di osare senza perdere di vista le sue origini.

Porcupine Tree - Fear of a Blank Planet


Rumori di dita che scorrono veloci sulla tastiera di un computer, prima di un ritmo frenetico che ci introduce nel nono disco dei Porcupine Tree.
Fear of a Blank Planet, la title track che apre le danze, illustra da subito le tematiche del disco. Attraverso il racconto proveniente dalla voce del bambino protagonista, i Porcupine Tree descrivono sensazioni di alienazione e apatia, indotte nei giovanissimi dall’utilizzo smodato e incontrollato delle moderne tecnologie, e dalla crescente dipendenza che esse inducono nelle menti troppo spesso abituate ad avere tutto e subito. Nel raccontare questa crescente perdita di stimoli e interessi, verso una sempre più veloce e superficiale catalogazione e classificazione di noi stessi, i Porcupine Tree, guidati da Steven Wilson, utilizzano suoni e soluzioni estremamente moderni, e con l’atmosfera oscura dipinta dalle sei canzoni che compongono l’opera, cercano di sottolineare l’inquietudine indotta da tanta modernità. Pur senza gettarsi in ardite sperimentazioni elettroniche futuribili, la band di Wilson crea strati sonori limpidissimi, abbaglianti nella loro perfezione, lasciando una fredda sensazione sulla pelle, resa ancora più glaciale dai semplici ma efficaci inserti elettronici, per non parlare degli straordinari momenti tastieristici, malinconici e sognanti, guidati da Richard Barbieri. In certi momenti chitarre pesanti e distorte, dalle accordature ribassate, contribuiscono a creare quel distacco tra mondo reale e mondo virtuale che anestetizza la mente dei giovani protagonisti. Testi semplici e diretti, come le parole di un bambino, ma anche come le sensazioni che scorrono dentro ognuno di noi. Una critica feroce alla velocità della società odierna, che mastica e poi sputa ogni forma artistica, prima ancora di averla digerita e metabolizzata, Wilson, noto per la sua prolificità compositiva, cerca di limare al massimo ogni angolo, per non lasciare nessun momento di calo. In 50 minuti bilancia perfettamente il lato più sperimentale della sua musica con quello più classicamente pop, non ha paura di richiamare un po’ di sana psichedelica ma soprattutto di proseguire quella via prog-metal che lo accompagna dai tempi di In Absentia. Le canzoni non sono dilatate come ai vecchi tempi, ma precise e compatte, pulite e rifinite, perdendo forse un po’ di fascino misterioso ma acquistando una decisione ed una sicurezza necessarie per affrontare con lucidità le tematiche del concept, come l’annientamento della coscienza critica.
Il pezzo di apertura è un immediato richiamo al rock di Deadwing (2005), con la sua frenesia e velocità, quasi ripetitiva nella prima parte, prima di un finale dal sapore progressivo e vagamente psichedelico davvero strabiliante. Una cantilena grottesca e volutamente forzata che esalta l’assenza di volontà di svegliarsi e di dare una scossa alla propria dipendenza, una sorta di nevermind di nirvaniana memoria, che diventa evidente nel richiamo testuale ai Pearl jam (autori di una canzone come Jeremy che affronta problemi analoghi, anche se in maniera diversa). Il suicidio non è una via d’uscita, né una vendetta, né un grido d’aiuto, neanche il suicidio può cambiare qualcosa. E comunque sia, non importa che cambi qualcosa.
My Ashes, secondo capitolo dell’opera, è una ballata che si snoda su una melodia malinconica dapprima accompagnata da pianoforte e chitarra acustica, poi innalzata da un magistrale utilizzo degli archi, che la rendono epica e grandiosa, nel corso dell’emozionante ritornello. Perfetta sintesi dell’intimità nostalgica e della epicità sinfonica dei Porcupine Tree del nuovo millennio.
Ma il fulcro del disco è indubbiamente il brano centrale, la lunga Anesthetize. Brano complesso ma incredibilmente scorrevole, si dimostra fondamentale sia dal punto di vista lirico che musicale. Indubbiamente una delle composizioni più coraggiose e particolari di Wilson, miscela perfetta delle varie passioni musicali del musicista inglese, ma dotata soprattutto di una personalità vibrante, che la rende una vera e propria perla nel panorama progressivo contemporaneo. Strutturata in tre parti molto diverse tra loro, scivola con semplicità come le onde del mare sulla sabbia, fino al malinconico finale. Una prima parte estremamente percussiva e sognante caratterizzata da un utilizzo molto particolare della voce, alta e sospesa al di fuori della mente….poi una profonda caduta, tra riff monolitici, gommosi e rallentati, degni dei migliori Meshuggah, e stacchi elettronici, psichedelici nel loro techno-ritmo ipnotico, fino a vere e proprie esplosioni di furia travolgente (ottimo il lavoro di Gavin Harrison dietro le pelli), prima dell’ultima parte, una lenta e sognante serie di onde pink floydiane, per narrare con tragica malinconia la perdita di se stessi, la dissociazione ormai avvenuta, l’eclissi finale. Il dolce e malinconico ricordo di sensazioni autentiche e calde, che lentamente svaniscono e ci abbandonano al grigio opprimente della polvere. 17 minuti assolutamente magici, dal forte sapore sperimentale ma anche emotivo, assolutamente tra i momenti migliori della discografia dei Porcospini. Da notare il bellissimo assolo di chitarra, composto e suonato da Alex Lifeson dei Rush.
Sentimental è una semplice ballata guidata dal pianoforte, vicina ai pezzi più malinconici dei Blackfield (side project di Steven Wilson dal sapore pop), travolgente nel suo ritornello, molto orecchiabile ma altrettanto intenso. Quarta traccia del disco, segna la sentimentale presa di coscienza di fronte ad un’incapacità di ogni reazione. C’è un barlume di speranza, una piccola fiammella che ancora brucia dentro, c’è ancora ossigeno.
La voglia di fuggire e di reagire con forza si ha nella successiva Way Out of Here, ma non è dato sapere se lo svanimento sarà una via di fuga o semplicemente l’ennesimo modo per anestetizzarsi di fronte al nulla che ci circonda, gettandosi tra le sue braccia. Grazie ad un utilizzo della voce molto emotivo, sentito, sincero, in contrapposizione ad una musica che mischia basi elettroniche e chitarre metal, questa traccia si dimostra uno degli apici del disco. Un ritornello che richiama certe atmosfere dream theateriane, ma con qualche accorgimento sperimentale in più, e un finale ipnotico guidato da Robert Fripp, aumentano il fascino prima della canzone conclusiva, Sleep Together. Quest’ultima è un salto nell’ignoto, una fuga lontano da ciò che si è stati, una piccola rivoluzione che conclude in maniera misteriosa e affascinante il percorso iniziato, al contrario, con l’apatia e l’anedonia. Musicalmente coinvolgente per la sua capacità di far convivere con naturalezza un ritornello classicamente rock (dal sapore Beatles) a parti elettroniche che prima fungono da tappeto alla malinconica linea vocale del verso, poi sovrastano ogni strumento nella grandiosa fine, ipnotica e circolare, come una spirale, che lascia ogni domanda in sospeso, prima di una rullata finale, nel vuoto, come una porta che si chiude, improvvisamente.
I Porcupine Tree, per l’ennesima volta, si confermano una delle più interessanti band del panorama rock, grazie anche ad una personalità solida e ben definita. Nessuna rivoluzione, semplicemente musica emozionante e per niente banale, più semplice di quanto possa sembrare dai curatissimi arrangiamenti, e al tempo stesso più complessa e intensa di quanto si possa pensare in base alle melodie immediate e orecchiabili. Una musica da scoprire, assorbire e metabolizzare lentamente, senza la frenesia vorticosa che caratterizza la società attuale

martedì, marzo 25, 2008

Godspeed You Black Emperor! - Yanqui U.X.O.


Immagini. Fotogrammi in bianco e nero ormai sbiaditi, vecchi ed usurati, intensamente vissuti. Uomini che marciano lenti, per una guerra che non è la loro. Sporchi di sabbia e accecati dal sole cocente, in un luogo post apocalittico, assolutamente devastato dalla banalità del male. Il film scorre, ora placido e malinconico, ora esplosivo e oscuro, angosciante come un fiume in piena, trascina con sè ogni cosa lungo paesaggi desolati e solitari, tra vortici emotivi. Nessuna parola. Le drammatiche immagini evocate nella nostra mente derivano da un intreccio di suoni e rumori, melodie in continua evoluzione. Lunghi crescendo, che levitano tra i tempi dilatatissimi delle cinque tracce dell’album, fino ad esplosioni tutt’altro che risolutive, immerse in atmosfere oscure e glaciali, affascinanti come l’aurora boreale. Un dolce minimalismo che rende ogni passaggio sincero e vissuto, e che si controbilancia perfettamente con i vari strati sonori, con le strutture sinuose e complesse, con la maestosità di una musica fuori dal tempo. Il terzo, e ultimo, disco dei canadesi Godspeed You Black Emperor! fonde con maestria il post-rock con la psichedelia, il rock indipendente con il rock progressivo, il noise con la musica cosmica, la musica classica con le colonne sonore mantenendo una forte personalità e una carica emotiva travolgente. La musica del silenzio, della riflessione, della presa di coscienza. Fin dal titolo (yankee unexplosed ordnance) viene trasmessa una sensazione di calma apparente, fragile, sotto la quale si nasconde un dramma. La data che dona il titolo alla prima suite, 09-15-00 (corrispondente all’inizio della seconda intifada) preannuncia la malinconia dipinta dagli intrecci sonori di chitarre e archi. E’ un’estenuante attesa, una lenta e lunga marcia, prima del finale distruttivo carico di noise e risonanze, guidato da percussioni che si elevano sempre più in alto. Le lunghe e interminabili salite - da uno stato di quiete fino alla tempesta più travolgente - sono una delle principali caratteristiche della musica della band (composta da nove musicisti), che con la seconda parte della già citata suite, catapulta nuovamente l’ascoltatore in un limbo sospeso, di fronte a edifici distrutti e resti di serenità bruciati, con un senso di solitudine disarmante. L’approccio della band al post rock è decisamente più progressivo rispetto al passato, grazie anche ad una produzione (affidata a Steve Albini) che rende chiara ogni nota, alla ricerca di un’epicità mai così marcata, forse a discapito della nostalgia presente nei dischi precedenti, dove i dialoghi e i rumori ambientali erano una parte fondamentale della musica dei GY!BE, così come le lunghe pause, e le strutture spezzate e frammentarie. Con Yanqui U.X.O. la band intraprende una strada più scorrevole, fluida, diretta, che si dimostra funzionale all’atmosfera catartica dell’opera: un lungo percorso attraverso la violenza e il desiderio di pace, più che un sguardo nelle nostre memorie come avveniva in passato. Inutile dire che l’intensa poetica non ne risente minimamente. Un arpeggio stoppato e ricco di riverberi, al quale si mescolano le malinconiche note dei violini, ci introduce nella grandiosa Rocket Fall on Rocket Falls. Un viaggio lungo la via della disperazione silenziosa, quella che gli oppressi devono nascondere negli anfratti della loro anima, in profondità. La suite si snoda tra sali-scendi maestosi ed epici, che mostrano rabbia vitale e voglia di rivalsa, seguiti da un’attesa snervante per un attacco che sembra non arrivare mai, tra percussioni ipnotiche e lunghissime note di strumenti a fiato, sospese al di là del tempo. L’apertura che segue è uno squarcio, una voragine, un baratro alla ricerca della libertà, un breve - ma maestoso - sprazzo di psichedelia (qualcuno ha presente i Pink Floyd di Pompei?!), che chiude una delle migliori composizioni della carriera del gruppo. Motherfucker=Redemeer è la terza, e ultima, suite (anche’essa divisa in due parti). Questa nasce tra dolci note dal sapore krimsoniano per poi evolversi in un’inedito ritmo in levare che dona vigore e ritmo ad un disco finora sostanzialmente riflessivo. L’atmosfera non è plumbea come in precedenza: sembra quasi che un bagliore di speranza si faccia largo tra le macerie, anche quando i ritmi rallentano per immergersi nel classico post-rock caro a gruppi come Explosions in the Sky o Mogwai, fatto di arpeggi dolci e malinconici, leggeri e sognanti, accompagnati da un delicato gusto per le dissonanze e per il rumorismo. La seconda parte di Motherfucker=Redeeemer chiama in causa i Tangerine Dream di Zeit con la loro dilatazione estrema dei tempi, attraverso droni rumorosi che si amalgamano con giri di basso ipnotici e psichedelici. Un viaggio finale, illuminato da una luce di speranza, che sembra richiamare verso di se, oltre la tempesta di chitarre stridenti. L’ennesima progressione, verso l’alto, fino allo svenimento, al di fuori della realtà. Senza aprire bocca i Godspeed You Black Emperor! si cimentano in un’opera cinematografica con forti richiami politico-sociali, evidenziati anche dal semplice ma bellissimo artwork (sul quale spicca un albero genealogico che collega varie major dell’industria discografica ad altrettante industrie di armi belliche). Dimostrazione del potere comunicativo della musica, Yanqui U.X.O. è una fortissima carrellata di immagini tristemente reali, saldamente ancorate al mondo che ci circonda, più che alla “realtà” cinematografica.
Riccardo Tognini

sabato, marzo 22, 2008

Pink Floyd - The Wall


Le leggende narrano che Roger Waters abbia partorito una delle opere più famose del rock ispirandosi al suo crescente rifiuto per il sistema alienante che i suoi stessi Pink Floyd avevano contribuito a creare. Il gruppo infatti, nella seconda metà degli anni '70, aveva letteralmente stravolto l'idea di concerto, privando gli spettatori della propria identità, in favore di una “coscienza globale” che li facesse entrare direttamente nell'esperienza psichedelica. Nessuna droga era necessaria. Solo musica onirica, light-show liquidi, spazi sempre più ampi e una folla via via crescente, che oscillasse di fronte a quattro maschere di musicisti, ognuno perduto sul proprio lato oscuro della Luna. E se un tempo la psichedelia era sinonimo di apertura della mente, con il tempo diventò annientamento e anestesia. Quando questa agghiacciante realtà balzò nella mente di Waters, il bassista concepì uno spettacolo che superò l'idea di concept album tanto in voga negli anni '70, divenendo film (come accadde anche per Tommy degli The Who) e spettacolo teatrale vero e proprio. Ispirandosi alle proprie vicende personali e a quelle dell' ex-floydiano Syd Barrett, Waters realizzò un'opera sull'alienazione umana che è molto più profonda di un semplice rifiuto del music business e della società in generale che alcuni leggono in The Wall. Su una base musicale intensa e coinvolgente, che esce dai canoni classici della band, andando a prelevare caratteristiche sonore del rock più tradizionale e mescolandole ad una tristezza e disperazione ben più cupe e oscure delle precedenti produzioni sognanti dei quattro inglesi, si inserisce una storia di solitudine e dolore lacerante che parte dal primo vagito del protagonista. In quasi un'ora e mezzo di musica veniamo a imbatterci in riflessioni sulla violenza, sulla debolezza, sul tradimento. La forza di The Wall sta nella spinta esistenzialista che lo manda avanti, all'infinito (come dimostra la bellissima, enigmatica, “fine”). Infatti, anche se diversi piani di lettura si intrecciano nell'opera, il fulcro ruota sempre attorno alla figura di un uomo, incredibilmente solo, e incapace di aprirsi anche a se stesso. Attraverso la sua sofferenza viene messa in luce l'alienazione indotta da una società cinica e violenta (ed, essendo anch'egli parte della medesima società, anche da se stesso), la perdita di ogni ideale e la fuga nell'annichilimento. E mentre il protagonista tenta di dissolversi dietro un muro da lui costruito, il mondo che lo circonda cerca di esporlo, all'esterno. E la disperazione prende possesso dell'ascoltatore, trascinato con violenza in un mondo delirante, “un mondo che ci costringe ad essere normali, dove la normalità nasconde la sua disumanità, la sua mancanza di anima”*. Attraverso simboli e metafore, che nel film e nell'artwork del disco sono perfettamente rappresentate dai disegni cupi e oscuri di Gerald Scarfe, The Wall diventa una rappresentazione dell'esistenza. Prima l'estraniazione, poi, perduta ogni identità, il protagonista diventa una maschera, una vittima e carnefice al tempo stesso, un ingranaggio in un marchingegno che lo ha travolto, masticato, e cambiato. Ma la colpa non è solo di un sistema totalitario che guida la sua vita, ma anche di Pink stesso (nome del personaggio, ovvio riferimento alla band, e quindi alla maschera che Waters si era cucito addosso), che diventa una parte attiva nella corruzione della società che lo circonda. Il fatto che Pink sia un musicista serve non solo a criticare ferocemente il business musicale che stava masticando i Pink Floyd, ma anche per elevare il palcoscenico e gli spettatori a personaggi fondamentali di questa rappresentazione. Il disco si apre con una melodia appena accennata (che concluderà anche l' opera) prima di esplodere nel famosissimo riff di "In The Flesh?", guidato dalla voce soffocata di Waters, mentre esplosioni fragorose collegano alla morte del padre, primo mattone che andrà a costituire il muro che isolerà Pink. E l'accoglienza di Pink, alla sua nascita, non poteva essere più devastante. E l'alternarsi di momenti rilassati con altri di glaciale freddezza continueranno nel corso dell'album, per sottolineare l'inganno che si cela in ogni piccolo passo. Se "Another Brick in the Wall part II" è diventata una dei cavalli di battaglia dei Pink Floyd, grazie anche al bellissimo assolo di David Gilmour, che in questo disco avrà un ruolo molto più maginale rispetto ai precedenti, la prima parte della stessa canzone (che affronta il tema dell'infanzia) è un piccolo momento psichedelico dall'intensità spaventosa, capace di rapirci e trasportarci grazie al suo utilizzo del delay, fondamentale nel creare un riff ciclico e ipnotico (così come fu per “One of These Days”) fino quasi a farci svanire prima delle immancabili esplosioni psichiche di Pink, interiorizzazioni e paranoie tanto intense da farci entrare nella mente di un bambino incapace di liberarsi dalla protettività esasperata della madre, e in seguito della compagna. E questa debolezza scorre tra le tracce, trascinata dall'alternanza della voce disperata di Waters con quella malinconica di Gilmour, dagli arpeggi acustici perennemente tristi, da un basso incalzante e da una chitarra elettrica in grado di dipingere lacrime, così come dai laceranti momenti pianistici. E i rumori meccanici di "Empty Spaces", che seguono la nostalgica caduta della serenità di "Goodbye Blue Sky", sono il primo passo verso la vita adulta, nel vuoto. E nel vuoto, che chiude la prima parte del disco, cade la sanità mentale del protagonista, dopo alcuni momenti tesi e angoscianti, tra i sospiri e le esplosioni di furia di una rockstar definitivamente crollata . Costruito così il muro (dal vivo un vero e proprio muro dividerà fisicamente i musicisti dal pubblico), si entra nella seconda parte. Questa si apre con un inno di speranza, "Hey You", ma che presto cade in una agghiacciante presa di coscienza. Non c'è nessun Io, solo un muro. Chiuso in una stanza, tra visioni e angoscia, tra bisbiglii confusi, il protagonista affronta un cammino triste e decadente, attraverso pezzi come "Is There Anybody out There?", guidato da un bellissimo arpeggio acustico e "Nobody Home", solo piano e voce per un nostalgico momento di ritorno al passato, dopo l'abbandono e l'incomunicabilità (altri due temi chiave del disco) prima di esplodere nell'orchestrale "Bring the Boys Back Home", un breve lampo pacifista che trova le sue fondamenta nel richiamo dei valori fondamentali, per se stessi. Poi è il momento di un altro pezzo famosissimo, la bellissima "Comfortably Numb",riflessione sull'anestesia che impedisce la visione dell'orrore del vuoto, scritta da David Gilmour (insieme a Waters) e guidata dai suoi, memorabili, assoli, da sempre basati su poche note prolungate, capaci di entrare nella storia. Il protagonista a questo punto non è più lui, la spersonalizzazione è completa, e il suo alter ego, la sua maschera, entra a far parte del meccanismo trita carne. Così, nelle canzoni seguenti, la critica ai totalitarismi (e agli show rock) diventa un pretesto per evidenziare una nuova forma di difesa, diversa dall'isolamento: l'aggressività. Al posto del muro, Pink ha creato così una nuova figura di sè, un aguzzino, come coloro che avevano contribuito a sollevare il muro intorno a lui. Ognuno dentro di sè possiede i semi dell'intolleranza. "Stop" è un brevissimo intermezzo pianistico che implica una svolta fondamentale nel personaggio, che diventa consapevole della farsa alla quale ha preso parte attiva, divenendone complice. Questo porta ad una ribellione, tanto breve quanto intensa. Nella terrificante "The Trial", maestosa conclusione teatrale, due parti antitetiche di Pink si scontrano, sotto forma dei personaggi in precedenza incontrati. La voce, ora sofferta e tremante, ora violenta e accusatrice, dona epicità ad un finale caratterizzato da atmosfere orchestrali e strumenti elettrici, quasi a ricordare l'esperimento progressivo di Atom Heart Mother. E mentre lo scontro tra la coscienza di Pink che ha visto la verità e la parte di sè legata ai valori del sistema alienante (che cerca di mettere a nudo la personalità disturbata di Pink, in un mondo dove la maschera è fondamentale per sopravvivere) diventa violento, il muro crolla, e "Outside the Wall" diventa un punto di domanda, interrotto improvvisamente: questa rivoluzione porterà ad una evoluzione, oppure ad una definitiva caduta? La risposta non è data, e l'opera, la più complessa nella carriera dei Pink Floyd, mantiene quel fascino misterioso che la caratterizza dal 1979, continuando a rimanere attuale sia nelle tematiche sia nelle soluzioni musicali come pochi capolavori riescono a fare a distanza di tempo.


*cit. Gabriele Marciano,"Pink. Un'anima in scena", tratto da "Pink Floyd - The Wall. Rock e multimedialità", libro che mi ha aiutato a comprendere meglio il disco


Riccardo Tognini

domenica, gennaio 28, 2007

Kayo Dot - Dowsing Anemone With Copper Tongue

Raggi di Sole... ...penetranti... si adagiano sul muro screpolato, lo avvolgono con calore. E donano lentamente vita a vecchie crepe nascoste. Dowsing Anemone with Copper Tongue, partorito dalla mente di Toby Driver, ex-Maudlin of the Well, è un brillante fascio di vita nel mio 2006. I suoi tempi lentissimi, quasi lunghe sospensioni al di sopra del rumore, e le voci contorte, stranianti e viscerali, ribaltano la lezione dei Khanate, trasformando il nero in bianco, la claustrofobia in pace, il senso di ruggine tra i denti in neve gelida da stringere tra le mani. Ma nel capolavoro della band di Boston c'è anche molto altro. Ci sono dolci momenti in bilico tra il malinconico Jeff Buckley e il tenebroso Martin Grech, ci sono progressioni post-rock e musica classica, c'è un senso per il rumorismo decisamente fuori dal comune, spesso con un tocco minimalista (nonostante l'incredibile quantità di strati sonori e la maniacale cura per ogni suono) che rende sincera ogni nota, ogni rumore, ogni parola. Ci sono soprattutto melodie ricche di calore, nascoste tra esperimenti di avanguardia talmente eccezionali da risultare leggeri. Il tempo perde il suo significato, per diventare fascio di luce, e lasciarsi avvolgere è necessario, fino a perdersi tra le onde fluttuanti, spesso estenuanti, di un'opera che negli anni 70 sarebbe stata chiamata rock progressivo, proprio per la sua capacità di abbattere ogni convenzione, con l'unico obiettivo di squarciare l'anima. Il mio disco del 2006.

mercoledì, gennaio 17, 2007

Battle of Mice - A Day of Nights

Il 2006 se ne è andato, lasciando un disco dall’ espressività violenta e penetrante, che mi ha accompagnato e guidato spesso negli ultimi mesi, da quando è approdato nel lato meno luminoso del mio cervello. A Day of Nights (side project di Josh Graham dei Neurosis e Julie Christmas dei Made Out of Babies) è un piccolo capolavoro passato incredibilmente inosservato, nella selva di dischi post-tutto pubblicati nell’annata. In 43 minuti ci sono echi di Swans, Neurosis, Bjork, Babes in Toyland, ma soprattutto tanta personalità e una capacità espressiva fuori dal comune.
La potenza emotiva che scorre tra quei rintocchi di batteria, quelle melodie ondulanti, quelle filastrocche disperate, mi scava un buco dentro. Nella prima parte brillano le esplosioni emotive, quadri di malinconia vera e vissuta, poi la decadenza prende il sopravvento, trascinando verso la rabbia, e la perdita di controllo. Momenti che con oscura calma si caricano come una molla, per poi sputare di colpo, senza possibilità di riprendere ciò che si è gettato via. C'è la perversione vocale di Julie Christmas, una delle poche voci femminili in grado di farmi venire i brividi, c'è la perversione psichica dei Neurosis di A Sun That Never Sets, il tutto fuso in un unico corpo. Scosse elettriche e convulsioni isteriche , in un universo rallentato, sfocato, sfasato. Inquietante per la sua capacità di essere tangibile, e incredibilmente vicino, fino a fondersi con le paranoie interiori.
E la dolcezza che appare in alcuni momenti, è un abile mezzo per far percepire il suo crollo con un fragore ancora maggiore. Guardarsi allo specchio e non vedere nulla.